SUPERARE IL TRAGUARDO DEI CENTO ANNI DI VITA. META POSSIBILE, MA CONTA LA QUALITÀ DEL CAMMINO

Risponde Renzo Romano

Io sono piuttosto anzianotto, in buona salute, cerco di arrivare a fine mese con la mia pensione e coltivo tanti interessi (lettura e giardinaggio soprattutto).
La vita mi ha dato tanto, ma non nego che qualche piccolo progettino nel cassetto non mi manca: qualche viaggetto con mia moglie, per esempio, o vedere laureati i miei nipotini e, chissà, diventare anche bisnonno. È solo questione di tempo, ma ce ne vuole ancora parecchio. Per questo non nego che la notizia apparsa in questi giorni sul “Corriere della Sera” mi rallegra: già oggi con i progressi della medicina, una vita sana (tenere allenati soprattutto muscoli e cervello) e buone relazioni si può raggiungere e superare la soglia dei 100 anni di vita (magari con qualche acciacco, ma ancora vivo e vegeto!).
Lei non ci crederà, ma ci metterei la firma.
Lettera firmata

Caro lettore,
che bella lettera! “La vita mi ha dato tanto”, lei scrive.
Quel “tanto” credo sia il segreto della sua attuale serenità d’animo, soddisfazione per la vita trascorsa, fiducia e speranza per il futuro.
Dice un proverbio: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”, ovvero “cerca di apprezzare quello di buono che la vita ti offre e di vedere segnali di luce anche nel buio dei momenti difficili”.
È virtù, non solo fortuna, di pochi. Lei è un privilegiato.
Non è facile, il nostro vivere. La vita è un film la cui trama sembra tessuta da un regista umorale ed estroso. Se imprevedibile appare, ed è, il percorso, imperscrutabile e incomprensibile è la fine della nostra storia. Imperscrutabile e incomprensibile per chi osserva le vicende del mondo e le proprie senza il “lume” della fede.
Non oso neppure sfiorare il tema perché le esperienze personali sono tali e coinvolgenti da giustificare e comprendere ogni atteggiamento.
Faccio mia una frase di Dino Buzzati: «Nulla è più misterioso del cuore umano. La vita ci porta purtroppo chi da una parte, chi dall’altra, e tutti si corre a perdifiato con gli sguardi fissi dinnanzi, e non si trova mai tempo per guardarci negli occhi».
Avviene qualche volta di fermarsi nella corsa del vivere e chiedersi “come stai”. Chiesto a un giovane è solo un saluto, chiesto a un vecchio è troppo spesso l’inizio di un “safari” in una giungla di malanni veri o presunti.
Le buone relazioni che lei auspica forse si conservano non assillando noi stessi e gli altri con i nostri mille problemi di mali di schiena, prostata e memoria…
Mi ha colpito la semplicità con cui lei “si” racconta: “ un anzianotto in buona salute”. I suoi progetti: “la laurea per i nipotini, dei viaggi, diventare bisnonno”. Le sue aspirazioni: “superare il secolo di vita”. Lei è un saggio, e come tale, suggerisce consigli preziosi: “vita sana e buone relazioni”.
Lei, caro lettore, è in buona compagnia.
Ha scritto Kafka: «La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio». Però non si può disconoscere che «la vecchiaia sia l’unico sistema che si sia trovato per vivere a lungo», ricorda Charles de Saint-Beuve. Un altro di cui non ricordo il nome ha sentenziato: «La vecchiaia non è triste perché cessano le nostre gioie, ma perché finiscono le nostre speranze».
Lei, di speranze ne ha molte e per questo incalza: “tenere allenati muscoli e cervello”.
Io aggiungerei il cuore. Considero grandissima fortuna la capacità di emozionarsi. Magari anche per i gol di Balotelli o più ancora per l’abbraccio a sua mamma. Partecipare attivamente al percorso scolastico dei nipoti, gioire di un bel voto, consolare per un’interrogazione andata male…
Fantasticare e poi ancora fantasticare senza guardare il calendario.
La sua lettera è una ventata di ottimismo e un invito esplicito a cogliere la preziosità e la ricchezza della vita.
Sono assolutamente d’accordo sul suo atteggiamento positivo, meno sul suo desiderio di arrivare e superare i cento anni di vita. La “qualità” del vivere, non il numero di anni di vita, è, a mio avv
iso, il fine principale della scienza medica. Viva la vita, “finché funzionano testa e gambe” sentenzia un mio amico molto avanti nel tempo che incontro spesso a spasso per Como su una bellissima bicicletta ancora con i freni a bacchetta.
E il “cuore” insisto io.
Forse, più che dalla medicina o dal nostro atteggiamento, il nostro vivere dipende dalla fortuna, o magari dal Cielo.
Poi, dopo, è scommessa.

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