Economia

Svizzera, addio al segreto bancario

altLa svolta della Confederazione
Berna sottoscrive a Parigi il protocollo Ocse sullo scambio automatico di informazioni fiscali
(m.d.) La Svizzera dice addio al segreto bancario. La Lega dei Ticinesi promette battaglia, ma secondo Paolo Bernasconi, avvocato luganese e docente di diritto bancario internazionale, quelle dei politici sono «battaglie di retroguardia perché non si rendono conto che il futuro è già iniziato».
Arriva da Parigi la svolta storica che dovrebbe cancellare definitivamente l’impenetrabile segreto dei forzieri elvetici, una riservatezza che per la verità qualche crepa l’ha già mostrata negli

ultimi anni. Martedì scorso la Svizzera, assieme a una quarantina di altri Paesi, tra cui l’Italia, ha sottoscritto all’Ocse – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici che ha sede appunto nella capitale francese – il protocollo per lo scambio automatico di informazioni bancarie. Uno scambio che avverrebbe, in primo luogo, tra le autorità fiscali dei singoli Paesi, stanando così tutti gli evasori che depositano i loro patrimoni in Svizzera.
«L’intesa sottoscritta a Parigi rappresenta sicuramente l’addio all’abuso del segreto bancario a scopo di evasione fiscale – spiega l’avvocato Bernasconi – perché prevede il passaggio dal sistema tradizionale, che è quello delle rogatorie, al sistema di informazione automatico. Oggi l’autorità svizzera, a fronte di rogatorie, cioè richieste da parte delle autorità straniere, non sempre risponde, e se risponde non sempre lo fa in fretta e nemmeno dicendo tutto. Con il nuovo sistema, gli altri Paesi non dovranno più domandare, perché riceveranno le informazioni automaticamente».
Questo, almeno, l’impegno preso a Parigi dalla Confederazione, assieme a un altro paradiso fiscale come Singapore. Resta da capire quando l’impegno si tradurrà in atti concreti. «Il protocollo diventerà operativo a partire da quando il Parlamento svizzero ratificherà i trattati bilaterali con i singoli Paesi per gli scambi automatici di informazioni – sottolinea l’esperto ticinese – Per quanto riguarda gli Stati dell’Unione Europea, il negoziato avverrà direttamente con Bruxelles. Poi, però, bisognerà fare i conti con il popolo svizzero, che è sovrano, e con il suo umore, che è variabile. Potrebbe infatti venir lanciato un referendum popolare contro lo scambio di informazioni e l’esito dipenderà, appunto, dall’umore degli elvetici in quel giorno».
La scadenza del 2017, previsto come anno in cui il protocollo dell’Ocse dovrebbe andare a regime, appare dunque aleatoria, almeno per la Confederazione. «Molti Stati hanno indicato il 2017, alcuni addirittura il 2016 – afferma l’avvocato Bernasconi – In realtà bisognerà aspettare la conclusione dell’iter legislativo di ciascun Paese. Per la Svizzera, il 2017 è una data assolutamente prematura».
Vi sono poi diverse questioni da definire. Per esempio, se lo scambio di informazioni fiscali potrà essere retroattivo. «Di solito, simili intese non hanno effetto retroattivo, però non ci giurerei», commenta Bernasconi. Di sicuro, l’adesione al protocollo Ocse dovrebbe far uscire la Svizzera dalla black list dei paradisi fiscali. «Nel momento in cui la Svizzera si allinea agli standard dell’Ocse e diventa cooperativa in materia fiscale, automaticamente deve essere cancellata dalla lista nera», aggiunge l’esperto luganese.
E proprio l’uscita della Confederazione dalla black list, in particolare da quella stilata dal governo italiano, è posta come condizione irrinunciabile da Lorenzo Quadri, deputato della Lega dei Ticinesi, secondo il quale quello compiuto a Parigi è un passo affrettato, a maggior ragione in assenza di adeguate contropartite.
«Con questa firma lo smantellamento del segreto bancario è sempre più vicino, quindi la permanenza del nostro Paese nella black list è completamente ingiustificata – afferma Quadri – Se l’Italia non dovesse togliere la Svizzera dalla lista nera, dovremo rivedere gli accordi sul versamento dei ristorni dei frontalieri, accordi che noi giudichiamo troppo vantaggiosi a favore dell’Italia».
Il protocollo sottoscritto a Parigi non mancherà di avere effetti sulle piazze finanziarie ticinesi, anche se i cambiamenti sono in corso già da tempo.
«Negli ultimi anni – spiega Bernasconi – quasi tutte le banche svizzere hanno chiuso le porte al denaro estero fiscalmente non dichiarato, vietando per esempio le operazioni in contanti o non aprendo più conti con depositi per i quali manca la prova che siano in regola dal punto di vista fiscale. Il futuro, insomma, è già cominciato. Molti politici, però, non si sono resi conto di questi cambiamenti già in atto e fanno battaglie di retroguardia».
Infine, le conseguenze sul sistema bancario. «La piazza bancaria ticinese è stata sempre troppo concentrata su un solo Paese, l’Italia, e un solo tipo di attività, la gestione dei patrimoni – conclude Bernasconi – Oggi paga le conseguenze con una trentina di banche chiuse in pochi anni, un’enorme compressione del volume di patrimoni gestiti e una consistente perdita di posti di lavoro. Un processo che non si è ancora concluso e che continuerà anche nei prossimi anni».

Nella foto:
Diventerà praticamente impossibile aprire conti nelle banche svizzere se non si rispettano le regole fiscali del Paese di appartenenza
8 maggio 2014

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