Svizzera, la lezione dei giudici federali ai parlamentari di Bellinzona: «Basta discriminare gli stranieri»

Svizzera, bandiera svizzera

Due severe lezioni. Una impartita, con una lunga e articolata sentenza, dal Tribunale federale di Losanna. L’altra inflitta dalla commissione parlamentare Economia e Lavoro. Il Ticino della politica anti-italiana ha dovuto fare i conti, nel corso della scorsa settimana, con una doppia battuta d’arresto.
È successo prima con la decisione di Mon Repos di accogliere il ricorso contro la legge cantonale che imponeva ai medici di conoscere almeno due lingue nazionali per ottenere l’autorizzazione all’esercizio della professione; poi con la bocciatura senza appello della proposta di legge con cui si sarebbe voluto reintrodurre l’albo degli artigiani (la cosiddetta Lia bis).
Un kappao pesante, soprattutto per chi si ostina – nelle istituzioni ticinesi – a cercare in ogni modo di forzare le norme per alzare barriere protezionistiche.
Dopo aver rimediato, negli anni scorsi, alcune figuracce, questa volta il Gran consiglio ha evitato di portare in aula il testo di una norma palesemente contraria al diritto federale.
L’idea di evitare forme di concorrenza sleale nel settore artigiano a danno soprattutto delle aziende ticinesi alzando una sorta di muro formale e imponendo l’iscrizione a un albo, non è più possibile. Almeno non sino a quando la Svizzera vorrà rispettare gli accordi bilaterali con l’Unione Europea sulla libera circolazione delle merci e delle persone. Su questo terreno (e su altri simili), il Parlamento ticinese è più volte ruzzolato, sulla spinta soprattutto delle forze politiche più conservatrici e xenofobe (Lega e Udc), ma anche su iniziativa di partiti apparentemente più moderati quali sono i Liberali Radicali e i Popolari Democratici. Tutti convinti che la competizione con l’Italia si possa vincere impedendo agli altri, ai confinanti, di lavorare.
Ma è da Losanna, dalle aule del Tribunale federale, che – come detto – all’inizio della settimana è giunta una condanna senza appello alle scelte “sovraniste”.
Nell’ambito della revisione della legge sanitaria cantonale, votata l’11 dicembre 2017, il Gran consiglio ticinese aveva aggiunto il «requisito della conoscenza di una seconda lingua nazionale come conditio sine qua non per l’autorizzazione all’esercizio di una professione medica universitaria». Contro questo vincolo erano insorti in prima istanza gli ordini professionali ma anche l’Ente Ospedaliero Cantonale (Eoc), ovvero l’ente pubblico che governa la sanità ticinese, preoccupato di non poter tenere in corsia i tantissimi medici italiani che garantiscono efficienza e qualità al sistema oltrefrontiera. Il ricorso dell’Eoc è stato accolto dal Tribunale federale. E leggendo le ampie motivazioni della sentenza – pronunciata il 12 maggio ma pubblicata soltanto mercoledì scorso, 10 giugno – si comprende quanta sia la distanza culturale e politica che ancora oggi separa una parte del Ticino istituzionale dal resto della Confederazione. Intanto, affermano i giudici di Losanna, «i cittadini di una parte contraente che soggiornano legalmente sul territorio di un’altra parte contraente non possono essere oggetto di nessuna discriminazione fondata sulla nazionalità».
Non solo: il diritto svizzero «non proibisce soltanto le discriminazioni fondate manifestamente sulla nazionalità (discriminazioni dirette), ma anche ogni forma di discriminazione dissimulata che, attraverso l’applicazione di altri criteri di distinzione, conduce nei fatti al medesimo risultato (discriminazioni indirette)».
Una norma, aggiungono per maggiore chiarezza i magistrati del Tribunale federale, «deve essere considerata come indirettamente discriminatoria quando è suscettibile, per sua stessa natura, di colpire di più i cittadini di altri Stati membri che i cittadini del Paese in cui è emanata e rischia, di conseguenza, di sfavorire maggiormente i primi. Così è ad esempio, quando prevede una condizione che può essere rispettata con più facilità da lavoratori locali che da persone che vengono dall’estero».
Insomma, il Ticino la smetta di piantare paletti soltanto con l’obiettivo di ostacolare gli stranieri che hanno il diritto di vivere e lavorare nel Cantone. Sarà servita questa lezione?

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