Svizzera-Ue, toni sempre più duri: spunta il blocco dei trasporti. Programmi di ricerca congelati

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Politica e società
Bruxelles non concede nulla. Barroso: «Decidano che cosa fare»

Il referendum svizzero di domenica scorsa comincia a produrre effetti non prevedibili (anche se facilmente immaginabili). Il braccio di ferro tra l’Ue e la Confederazione non è quindi un’invenzione giornalistica, tutt’altro.
Basti leggere quanto detto ieri dal presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, il quale

intervistato dalla Reuters ha lanciato un avvertimento molto duro.
«Ci sono già contatti con la Confederazione – ha detto Barroso – ma non bisogna farsi illusioni: noi non negozieremo il principio di libertà di circolazione delle persone. Non siamo pronti a fare rapidi bricolage. Il consiglio federale (il governo di Berna, ndr) ora deve prendere una decisione e poi ne potremo discutere, ma nel rispetto dei principi essenziali».
Una chiusura pressoché totale, che il presidente della Commissione ha voluto sottolineare ricordando agli elvetici quanto sia vantaggioso, per la Confederazione, un accordo economico con l’Unione. «In termini relativi si può certamente capire che è nettamente più importante per la Svizzera avere accesso al mercato più grande al mondo che per l’Unione europea avere accesso alla Svizzera, che è comunque un Paese molto importante – ha detto non senza malizia Barroso – Il fatto che la Svizzera sia più piccola dell’Ue già le offre dei privilegi, poiché abbiamo dato alla Confederazione una situazione di cui nessun altro Paese al mondo beneficia».
Insomma, ai toni oltranzisti dei conservatori Udc e dei loro emuli ticinesi che militano nella Lega e nei Verdi, il presidente della Commissione risponde in modo secco.
Costringendo di fatto il governo di Berna ad abbozzare le prime contromisure a un voto né voluto né auspicato.
Il punto è che l’Europa sembra aver deciso di prendere molto sul serio l’esito referendario.
Martedì scorso, il presidente di turno del consiglio Affari generali europei, il ministro greco Evangelos Venizelos, si è spinto addirittura a ipotizzare perfino il blocco della libera circolazione dei treni e degli aerei tra Ue e Svizzera qualora Berna fosse davvero intenzionata a introdurre quote o contingenti per i cittadini dell’Unione.
Lo scenario appare persino inquietante. Basterebbe immaginare che cosa potrebbe accadere alla frontiera di Chiasso sui binari della stazione internazionale nel caso in cui i treni fossero costretti a fermarsi o a transitare con il contagocce. Qualcosa di apparentemente irrealistico, anche se poi in politica nulla è impossibile. Sono ancora le parole pronunciate ieri da Barroso a far comprendere come gli avvenimenti prendano pieghe talvolta impensabili. «In termini di reciprocità – ha detto il presidente dell’Unione Europea – non è appropriato che i cittadini svizzeri abbiano libertà di movimento illimitata nell’Unione europea a fronte di una chiusura imposta da Berna. Credo che siano 430mila, in termini relativi è un numero superiore al milione di cittadini europei che vive in Svizzera. È ingiusto che un Paese possa beneficiare di tutti questi vantaggi», ha aggiunto.
Di fronte ai minacciosi proclami dei leghisti e dei Verdi ticinesi contro i frontalieri comaschi e varesini o alla ennesima richiesta di bloccare i ristorni fiscali, così come avvenuto nel 2011, la risposta poteva sin qui essere un’alzata di spalle. Il folklore delle formazioni autonomiste regionali ha sì un peso, ma tutto sommato relativo.
Ma lo scenario cambia completamente se è tutta la Svizzera a voler alzare barricate e muri alle frontiere. Il discorso, a quel punto, diventa un altro.
Ieri, l’ambasciatore Ue a Berna, Richard Jones, ha chiarito bene la situazione. «La libera circolazione delle persone è uno dei quattro pilastri del mercato unico e nessuno Stato membro è disposto a rinunciarvi. Ci sono sicuramente discussioni sulla maniera di mettere in opera questo principio, ma nessuno Stato rimette in questione il principio stesso. Nessuno vuole quindi sentir parlare di quote, contingenti o quant’altro non sia compatibile con la libera circolazione delle persone. Il fatto che la Svizzera possa liberamente vendere i propri prodotti sul mercato interno europeo – ha ricordato Jones – è possibile grazie agli accordi bilaterali. E tutto ciò è ora in sospeso». E che non si tratti di uno scherzo è stato messo in chiaro anche da scelte precise.
Come immediata reazione al risultato del voto di domenica scorsa, infatti, l’Unione europea ha sospeso i negoziati relativi a un accordo sulla produzione di energia elettrica.
Sono fortemente in bilico anche quelli sulla partecipazione della Confederazione Elvetica ai programmi di ricerca Horizon 2020 e agli scambi formativi a livello universitario Erasmus plus.

Nella foto:
Il braccio di ferro tra l’Ue e la Confederazione non è un’invenzione giornalistica. E i rapporti tra Stati si fanno difficili

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