Swissexit, domani il voto. Per i sovranisti elvetici la strada appare però in salita

Il consiglio nazionale svizzero

Si chiudono domani alle 12 le urne in Svizzera per il voto su un’iniziativa costituzionale dal fortissimo significato politico, quella che molti commentatori politici hanno ribattezzato la Swissexit: i partiti della destra sovranista – Udc e Lega – chiedono che il governo federale ridiscuta con l’Unione Europea (in vista di una loro restrizione) gli accordi per la libera circolazione delle persone. E che questi accordi, in caso di fallimento della trattativa, siano aboliti.

Da almeno un mese i cittadini elvetici stanno votando per corrispondenza una serie di quesiti referendari relativi all’acquisto di nuovi aerei da combattimento, alla normativa sulla caccia, alle politiche sociali. Ma come sempre, il più politico – e il più atteso – tra i pronunciamenti riguarda l’immigrazione. Tema quanto mai divisivo.

Il comitato promotore dell’iniziativa – si legge sul portale ufficiale della Confederazione – sostiene che in Svizzera l’immigrazione di massa abbia prodotto più danni che benefici, causando l’aumento della disoccupazione e mettendo in pericolo il benessere, la libertà e la sicurezza dei cittadini elvetici.

Chi si oppone all’iniziativa di riforma della costituzione, afferma esattamente il contrario, sottolineando come l’apertura al mercato comune europeo, facilitata appunto dalla sottoscrizione degli accordi bilaterali, sia stata di fatto, negli ultimi 20 anni, il volano dell’economia svizzera. Un muro contro muro, sul quale oggi gli elettori sono chiamati a dire l’ultima parola.

L’Udc spera di ripetere il successo del referendum del febbraio 2014 che vinse a a sorpresa con il 50,33% (e con il voto decisivo del Canton Ticino) malgrado l’opposizione di tutte le associazioni imprenditoriali e di tutti i partiti rappresentanti in Parlamento a Berna.

Ma le condizioni odierne sono molto diverse, così come differente è il testo dell’iniziativa. Sei anni e mezzo fa un quesito tutto sommato ambiguo fece breccia nell’elettorato ma, alla fine, non produsse alcun cambiamento. Oggi, invece, la proposta è molto netta: se l’iniziativa delle destre venisse approvata, il consiglio federale avrebbe un anno per negoziare con l’Unione Europea la fine della libera circolazione e la reintroduzione dei “contingenti” di manodopera straniera (contingenti di cui comunque la Svizzera avrebbe bisogno per le sue imprese).

Il clima politico nella Confederazione sembra essere nettamente cambiato. La paura degli immigrati non è più un tema centrale e gli svizzeri non sembrano avere alcuna voglia di rompere i ponti con l’Ue. Gli ultimi sondaggi, pubblicati la settimana scorsa, danno il No tra il 63 e il 65%, in quello che molti osservatori interpretano come un desiderio di stabilità di fronte ai rischi economici della crisi innescata dal Coronavirus.

Vero è che le rilevazioni demoscopiche potrebbero essere errate. Ma il margine tra il Sì e il No appare molto ampio.

A detta di Martina Mousson, analista e politologa di gfs.bern (uno dei principali istituti elvetici di sondaggi), «questa volta il tema suscita meno emozioni. Nel 2014, l’Europa si trovava in piena crisi migratoria. A quell’epoca dominava la paura di vedere arrivare un’ondata di migranti che la Svizzera non avrebbe potuto accogliere. Oggi – ha spiegato Mousson in una lunga intervista rilasciata al portale swissinfo.ch – sappiamo che l’immigrazione è in calo. Oltre alla crisi del Coronavirus, ci sono altre tematiche che dominano il dibattito pubblico», tra cui la riforma del’Avs (il sistema pensionistico principale, il cosiddetto primo pilastro) e «l’ecologia, che ha assunto importanza come ha dimostrato la progressione dei Verdi alle ultime elezioni federali».

Insomma, il tema dell’immigrazione, tanto caro all’Udc (e, in Ticino, alla Lega), sembra non essere più tra gli argomenti “popolari”.

«L’abbiamo già osservato durante le elezioni federali del 2019, che hanno visto i sovranisti perdere voti – conclude Martina Mousson – il tema dell’immigrazione può tuttavia essere riattivato in qualsiasi momento se gli arrivi di migranti dovessero nuovamente aumentare».

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