“Taccuino d’ombre”, ecco in anteprima il nuovo De Sfroos

Disegni di Davide Van De Sfroos per "Taccuino d'ombre"

“Ho avuto suoni di banjo e di violino piantati da qualche parte nella pelle, e labbra di fisarmoniche sulle discese pio­vose, sulle scalinate che portavano fin dentro al lago”. Appunti, frammenti, fantasticherie, presenze di fantasmi e di animali, oggetti inanimati che prendono parola, e  nel cui brulicante brusio, quel “dolce rumore della vita” che cantava Sandro Penna,  percepisci senza sentirla con la ragione la risacca della voce e della chitarra che tante canzoni hanno fatto conoscere a generazioni. Prima sul lago e poi su su fino alla celebrità di Sanremo e di San Siro. Pensieri senza ossa radunati su quadernetti tascabili, di fronte al lago matrice e nutrice, drago addormentato che mormora canzoni sommesse, dall’alba fino all’imbrunire, complice spesso la luna. “Un drago di acqua che finalmen­te ha deciso di dormire e di permettere a tutte le barche, di stare aggrappate alla sua schiena, lasciando lunghe scie di schiuma, che dentro al colore cupo sembrano ancora più bianche. Ma non è navigandola che potrai farla tua, quest’acqua, semmai è il contrario”.

Panni stesi ad asciugare sul filo dell’orizzonte questi di De Sfroos, come la linea che taglia a metà, leggete per credere, la prima riga  del racconto Titano dell’aria e così recita: “Mi spingo avanti, verso il molo inquieto che lascia festeg­giare la tramontana”, come in ogni taccuino che si rispetti è lecito aspettarsi una cancellatura, che graficamente dice molto. Perché De Sfroos è “un navigatore dai colori misti, che attra­versa il mare, la nebbia e costeggia le possibilità, un piccola foglia di ulivo che lascia una scia simile al tratto di matita: la scritta di una minuscola Pace, che risuona come un urlo nel tifone goloso. Una piccola Pace che deve navigare an­che oggi, per tutti quelli che si caleranno dagli alberi ad assistere il suo passaggio, guardandola passare, capendo di averne bisogno”.

Ecco alcuni esempi del nuovo libro di Davide Van De Sfroos, Taccuino d’ombre, edito da La Nave di Teseo e appena arrivato in libreria, titolo apparentemente dimesso e sottotraccia ma mai così poetico, su uno scaffale, quello a firma del cantante lariano, che inizia ad essere affollato. Confessa all’inizio De Sfroos: “Quante volte me ne sono rimasto lì, di fronte all’orizzonte, posizionato come un’asta di microfo­no, per poi scrivere sui fogli lasciando impronte di ana­tra sporche d’inchiostro. Ho provato a rileggerle seguendo galassie nuove di punteggiature, usando come antidoto lo stesso liquore che mi aveva fatto scrivere, mentre la culla della penna stanca dondolava ancora una volta nella tasca interna della mia giacca”. Nel libro la parola “Como” appare solo una volta, il testo invece di “lago” è pieno. E nasce da un fiume chiamato  via Solferino. “In differenti stesure, molti testi di questa raccolta di prose poetiche  – scrive De Sfroos – sono comparsi nel “Corriere della Sera” in una ru­brica intitolata “Random”. Adesso, in Taccuino d’ombre, ho voluto dar corpo, figura e luce ad alcune delle presenze che mi accompagnano giorno dopo giorno”. E così De Sfroos si scopre pittore, profeta di cartoni animati o scenografie abitati dai propri sogni visionari. A metà libro ecco appunto prendere corpo, su carta patinata, con echi ancestrali dall’arte preocolombiana a miti moderni come quello della saga di Predator, la galleria dei ritratti di ombre: “Saknorr è il guaritore che apporta ener­gia; Shakende simboleggia la vitalità della natura; Munwotcha testimonia lo sguardo verso l’altrove; Mulashilldi è il custo­de della Buona Lacrima; Verkkena incarna la forza interiore; Sverakutch impersona il danzatore della liberazione; e Furash Megon è il guaritore che sa sconfiggere ogni veleno”. Non li troverete su google questi nomi, ma basta aguzzare l’ingegno per capire che questi santini da tasca,  talismani medicine amuleti verbali musicali e visuali che dir si voglia, sono amici di un Parnaso molto personale: Sverakutch sembra Veracruz, porto da dove partì Hernàn Cortés per conquistare il Messico 5 secoli fa,  Munwotcha è la versione dialettale, un po’ slava, di Moonwatch, sguardo teso alla luna.  Prose poetiche, avverte l’autore: e infatti “Sotto l’acqua che vediamo c’è un campo  dove il lago schie­ra il suo mistero”, endecasillabo e decasillabo appaiati.

Un libro calmo e lento che invita alla meditazione vigile e al rispetto del mondo che ci è stato consegnato come partitura da suonare: “Mi capita di alzare lo sguardo fino a vedere la polvere di neve che la montagna ha guadagnato durante la notte, e il mio è uno strano movimento dell’occhio, un guardare len­to, a spicchi, a morsi e rimorsi, un ululato che non esce e si ingoia da solo, per cercare di rimanere ancora più calmo e non turbare la quiete”. E tra memorie di osteria e i fantasmi di Hemingway e  dei Led Zeppelin trova posto anche un vecchio fan del cantante, quasi un Virgilio dantesco: “Mi dice che alcune mie canzoni gli fanno compagnia e raccontano cose vere, che in parte a lui sono anche capitate realmente. Mi dice che faccio bene a rispettare questo tipo di storie che quasi nessuno racconta più.  Io gli rispondo che alcuni, come lui, le cose le vivono e altri le cantano… e che a volte mi sarebbe piaciuto essere più protagonista che cronista”. Ma “finché ci sarà un Genesio a scrivere la propria vita sopra la corteccia del suo tempo, qualcuno, da qualche parte, la leggerà e la canterà”.

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