“Talis Pater”, l’inquietante operazione su Isis e terrorismo che ha toccato il Comasco
Cronaca

“Talis Pater”, l’inquietante operazione su Isis e terrorismo che ha toccato il Comasco

I genitori, nella loro casa di Fenegrò, ricevevano regolarmente messaggi e video dal figlio combattente in Siria.
Immagini che riprendevano anche delle esecuzioni e che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, suscitavano l’ammirazione e i commenti positivi dei due adulti, orgogliosi del loro primogenito in lotta per la causa. A mandarli appunto il figlio 23enne della coppia – Saged Sayed Fayek Shebl Ahmed – radicalizzato dal padre, dal 2014 in Siria e inserito nella lista dei foreign fighters, i combattenti per la causa dell’Isis.
Ieri mattina per il padre egiziano di 51 anni, Sayed Fayek Shebl Ahmed, un ex mujaheddin che ha combattuto in Bosnia, sono scattate le manette.
Gli agenti della Digos di Como e di Milano lo hanno arrestato per associazione con finalità di terrorismo. Analogo provvedimento per il figlio, che però è irreperibile in Siria. L’operazione denominata “Talis Pater” ha dunque messo nel mirino una famiglia fortemente radicalizzata e residente a Fenegrò dal 1997. Estranei ai fatti gli altri due figli della coppia, una ragazza di 20 anni e un ragazzo di 22 anni. La madre, 45enne di origine marocchine, è stata invece allontanata dall’Italia – l’espulsione non scatta in presenza di una figlia che ha la cittadinanza italiana – ieri pomeriggio. È stata accompagnata dagli agenti all’aeroporto di Malpensa e scortata fino a Casablanca. Non potrà rimettere piede sul suolo italiano per i prossimi 10 anni. «Le indagini sono partite nel 2015. Il padre si è presentato in questura mostrandosi fintamente preoccupato per il figlio. Sosteneva che il ragazzo da alcuni mesi con ogni probabilità fosse andato in Siria come ritorsione contro di lui perché troppo inserito nella società occidentale – racconta il questore di Como, Giuseppe De Angelis – ma fin da subito la spiegazione dell’uomo non è parsa convincente e sono scattate le indagini che dopo due anni hanno portato ai risultati odierni. Si è infatti scoperto che il padre stava mentendo. Da una parte perché aveva in corso una domanda di cittadinanza italiana e dall’altra perchè voleva tutelare il figlio in caso di un rientro dalla Siria. Figlio che era stato indottrinato dal genitore e mandato in guerra». Il 23enne era stato inviato nel battaglione mujaheddin “Al Zenki” comandato da un militare che fu compagno del padre durante la guerra di Bosnia nel 1994 contro i cattolici. Bosnia dove nacque anche il figlio Saged Sayed Fayek Shebl Ahmed. «Aveva convinto il ragazzo e lo aveva affidato a un’organizzazione precisa che combatteva in Siria. Lo aveva tutelato anche quando il giovane era confluito in un’altra organizzazione militare rientrante nella galassia di Al Qaeda in contrasto con l’Isis. Si era infatti impegnato per fare tornare il figlio nel gruppo di partenza. Era attento a ogni dettaglio». Dalle intercettazioni si è poi scoperto molto di più. Ad esempio che il ragazzo riceveva regolarmente 200 euro inviati dal padre – che in Italia svolgeva lavori saltuari – per i propri bisogni.
Il 23enne, in Siria dal 2014, si è sposato e ha un figlio di 3 anni. Dalle registrazioni ambientali si sente più volte il padre spingere il figlio a combattere in Siria per purificarsi. In una conversazione addirittura dice che un figlio combattente vale più di cento preghiere. Un caso di radicalizzazione estrema che ha coinvolto madre, padre e uno dei figli.
Adesso a casa a Fenegrò rimangono solo gli altri due figli, completamente estranei ai fatti e da sempre molto più attratti da una vita “occidentale” e in contrasto con il credo del padre.

27 gennaio 2018

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