Tamponi per il green pass, la foglia di fico

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di Mario Guidotti

A proposito di “green pass”, moderno Sacro Graal cui si aggrappa una società in continua ricerca di una ripartenza sociale prima che economica, leggiamo: “ottiene il green pass chi ha ricevuto la prima dose di vaccino, oppure ha un certificato di guarigione nei precedenti sei mesi, oppure ha effettuato un test molecolare o antigenico o salivare nelle 48 ore precedenti e ha avuto un esito negativo”. Questo strumento consentirà di accedere a incontri pubblici, viaggi, ristoranti, eventi, entrare in ospedale e forse anche nei luoghi di lavoro.

Ma vogliamo dire una volta per tutte che il tampone, cioè il test di presenza diretta (molecolare) o indiretta (antigenico e salivare) del virus nell’individuo che lo effettua non ha e non può avere un valore certificativo di negatività al virus per 48 ore? Lo ha al tempo zero, cioè nel momento in cui si fa il prelievo. Nel momento del ritiro dell’esito, supponiamo dopo 20-30 minuti (antigenico), il soggetto potrebbe essere nuovamente positivo al virus. Ma è di un’evidenza cristallina! Basta che chi vi si è sottoposto, dieci secondi dopo il tampone contatti un positivo e si infetta. Quindi che validità può avere per 48 ore? Viene quasi da ridere.

Immaginate un ragazzo che va a fare il tampone per un viaggio il giorno dopo, esce dal laboratorio e si reca con un gruppo di amici a comprare accessori per la vacanza. Contatta un positivo, magari variante delta ultra-contagiosa, e si infetta, poi va a ritirare l’esito di un’ora prima, negativo. E se ne parte per il suo viaggio con tanto di green pass certificativo, ma non veritiero della realtà.

Ma vi sembra ragionevole? E guardate che molte delle vicende legate ai ragazzi bloccati a Malta e in Grecia, sono state esito di meccanismi simili.

Metteteci poi, ciliegina sulla torta, che il tampone ha in sé una sensibilità media del 60%, maggiore il molecolare, minore l’antigenico. Che se ci pensate vuol dire che su 100 persone che fanno il tampone e risultano negativi, per 40 potrebbe essere un falso risultato.

L’antigenico in particolare ha bassa sensibilità e alta specificità, che vuol dire che non è adatto per screening in asintomatici ma per confermare chi ha sintomi sospetti per malattia. Il salivare infine è nato per chi è sintomatico da sospetto Covid nei primi cinque giorni.

Certo, anche chi è vaccinato o ha contratto la malattia può in teoria infettare, ma almeno non ammalarsi o comunque non in maniera grave.

Il tampone, se non per un uso immediatissimo, ha poco valore. Quindi abbiamo un guaio? No, ma un bel problema sì. O il green pass è una cosa seria per difendere la salute della popolazione e far ripartire economia e scuola, e quindi lo si mette in opera con serietà e rigore, quindi non solo con l’esito di un tampone, oppure diciamo che è la solita foglia di fico all’italiana (ma anche all’europea, da un po’ di tempo a questa parte) per dire che qualcosa abbiamo fatto e provato, con la solita ipocrisia di sempre.

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1 Commento

  • Francesca Sossi , 2 Agosto 2021 @ 10:54

    E’ assolutamente cristallino che il tampone certifica la negatività nel momento dell’esecuzione del test, ma altro non possiamo fare.
    E’ altrettanto vero che il vaccino, unico altro strumento per ottenere il green pass oltre alla malattia superata, non blocca l’infezione; prova ne sono i contagiati di Israele, la affermazioni di Fauci, il progetto stesso di costruzione e validazione dei vaccini, che fanno quello che avevano promesso ossia proteggono dall’infezione grave e non dal contagio l’individuo vaccinato.
    Quindi se Green Pass vuol dire NON CONTAGIOSO, non ci siamo neppure con il vaccino.
    Che fare quindi? Chiunque abbia una soluzione migliore la proponga….

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