Tante vocazioni da progettare

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura.  D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». Così recita un celebre passo de Le città invisibili di Italo Calvino. A quale domanda risponde una città come il capoluogo lariano?

A  tante domande in verità, quelle che si sono stratificate nella storia: nata 2080 anni fa come colonia romana per volontà di Giulio Cesare, asse di transito strategico con il suo lago per i contatti tra Nord e Sud, patria di illustri personalità come i  due Plinii e Paolo Giovio che ne hanno costruito la meritata fama culturale, poi realtà industriale grazie al tessile, polo universitario (con alti e bassi) e in parallelo laboratorio delle arti e in particolare dell’architettura, e infine potenziale turistico ancora inespresso.

Ma anche dormitorio per chi lavora altrove, occasione di business per danarosi acquirenti di ville e immobili di pregio. Tutto ciò naturalmente al netto della pandemia da cui nasceranno forse  ulteriori  vocazioni: magari   nella rigenerazione urbana  e nella sostenibilità ambientale, le tendenze principi per l’arte di progettare e vivere città in ciò che resta del XXI secolo.

Non si può negare  peraltro che Como sia  anche un museo all’aperto dell’architettura del Novecento, simboleggiato da monumenti come Palazzo Terragni (nella foto). Una vocazione importante che non può essere taciuta.  Undici anni fa, 230 architetti  da 20 nazioni parteciparono a Como al   convegno internazionale dedicato alla “Conservazione programmata dell’architettura moderna”, proprio a   Palazzo Terragni e all’asilo Sant’Elia, che è oggi oggetto di restauri. Sono passati   due lustri e le domande e le risposte sollecitate allora sembrano  rimaste in buona parte sulla carta. Un potenziale enorme, che richiede cure complesse e costose, ma  conosciuto ancora da pochi.

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