Cronaca

Tarpini e le lancette dell’orologio

altLa lettera del segretario della Cgil

Egregio Direttore,
ho letto con assoluto sconcerto “l’inchiesta” da Voi pubblicata sul giornale di domenica, in riferimento alle vicende che portarono nel 1980 alla chiusura della Ticosa.
Mi pare innanzitutto discutibile, da un punto di vista giornalistico, imbastire una polemica, a distanza di 33 anni, affidandosi esclusivamente a chi rivestiva allora il ruolo di responsabile del personale e a suo figlio, senza sentire il bisogno di ascoltare anche chi, con altri incarichi, fu protagonista

di una vicenda così complessa e simbolica.
La ricostruzione dell’evento, proposta dagli estensori degli articoli, è faziosa, piena di imprecisioni sulle date e su quanto avvenuto davvero in quegli anni, irrispettosa della verità storica; si delinea infatti un quadro davvero distorto e di parte, per nulla corrispondente alla verità dei fatti, a tratti offensivo per quelle centinaia di lavoratori che persero il posto di lavoro a causa di una decisione unilaterale della proprietà.
Il contenuto della vostra ricostruzione diventa ancor più infondato e surreale, se rapportato con quanto sta accadendo sul nostro territorio da oltre cinque anni.
Dalla metà del 2009 stiamo vivendo, cercando di gestirla, la più drammatica crisi dal dopoguerra ad oggi.
Centinaia di aziende hanno chiuso, altre sono in crisi; il sindacalismo confederale comasco cerca ogni giorno, con responsabilità e spesso in assenza dei necessari supporti politici ed istituzionali, di gestire decine di situazioni molto complicate.
Credo si possa affermare che il mantenimento – almeno fino ad oggi – della coesione sociale sia potuto avvenire principalmente grazie al lavoro, al senso di responsabilità ed al sacrificio di centinaia di sindacalisti, delegati ed operatori sindacali che ogni giorno “ci mettono la faccia”.
Lo fanno, lo facciamo, nonostante tutto, spesso condividendo il destino con imprenditori a loro volta spaesati ed in balìa degli eventi.
Questa è la realtà ed è per questo che la vostra “inchiesta” è stata (a partire dalla prima pagina) vissuta da molti come un’insopportabile forzatura, priva di alcun riferimento con quanto realmente accaduto in quegli anni ma soprattutto con quanto sta accadendo ora.
Cordialità.
Egregio Segretario, mi creda, lo sconcerto è tutto mio.
La sua lettera è un incredibile concentrato di banalità. Ha il coraggio di accusarci di faziosità, imprecisione, visione distorta dei fatti e altre nefandezze varie. Non c’è però, al contrario, alcun elemento concreto a supporto di queste invettive generalgeneriche, peraltro affogate in un linguaggio vetero-sindacale che molto mi ricorda quei difficili anni.
Negli articoli di Maurizio Pratelli – che ha vissuto quei fatti in prima persona e come tali li ha raccontati ai nostri lettori – non c’è alcuna offesa ai lavoratori della Ticosa. Anzi.
Vi si legge la consapevolezza del fatto che una minoranza di persone riuscì a mettere sotto scacco chi invece, dentro la fabbrica, aveva voglia di lavorare e di produrre. Il fatto che nessuno sino ad oggi abbia avuto il coraggio di scriverlo è triste. Ancor più triste che qualcuno, come Lei, lo voglia negare, anche a distanza di trent’anni. Nel nostro Paese, sin troppe verità sono state celate o fatte passare sottotraccia per mera convenienza politica.
Noi, però, non abbiamo alcun padrino al quale tener bordone. E proprio per questo, quando Maurizio ci ha raccontato ciò che vide, non abbiamo esitato un minuto a chiedergli di scriverlo, senza sconto alcuno.
Questo potrà farle male, caro Tarpini, ma si tratta di una verità storica con cui anche Lei dovrà prima o poi fare i conti (anche se, in realtà, speravo lo avesse già fatto, quantomeno per il bene dei lavoratori che rappresenta).
Mi spaventa infatti che il segretario della Cgil, ancor oggi, legga i fatti di quell’epoca con la lente distorta dell’ideologia, che è proprio alla base degli errori che contribuirono a devastare la Ticosa.
Porti avanti le lancette del Suo orologio, caro Segretario: da quel che leggo ho la netta sensazione che siano ancora ferme agli anni Settanta.
Da ultimo ci tengo a dirle che il parallelo con la crisi attuale non c’entra veramente un fico secco. Tutti i giorni raccontiamo la devastante situazione che attanaglia il Paese e la provincia di Como.
Non dubitiamo minimamente del fatto che centinaia di sindacalisti ogni giorno, come dice Lei, “ci mettono la faccia”.
L’insopportabile forzatura, per usare le Sue parole, non è però quella del Corriere di Como, “colpevole” di aver ricostruito fatti di oltre 30 anni fa. Ma quella che Lei ci propina, disegnando un parallelo impossibile tra il 1976 e il 2013.
Mario Rapisarda

Alessandro Tarpini Segretario della Camera del Lavoro di Como

Nella foto:
Un’altra immagine, tratta dall’archivio Levrini, degli scioperi in Ticosa proclamati dopo la richiesta di licenziamenti da parte della proprietà francese
12 Nov 2013

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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