Tasse e aumento dei costi del parcheggio: non cambiano le abitudini dei frontalieri

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La tassa sui parcheggi aziendali, le tariffe proibitive nei posti blu, i grandi posteggi di scambio a ridosso delle stazioni ferroviarie. Nulla pare smuovere le abitudini dei frontalieri – anche quelli comaschi, ovviamente. In Ticino si va a lavorare con l’auto. Il mezzo quasi certamente meno economico. Ma anche il più flessibile.
Il dipartimento del Territorio di Bellinzona ha pubblicato giovedì sul suo sito Internet la terza indagine statistica sulla «mobilità transfrontaliera». Un’analisi che esce forse con un certo ritardo, dato che dalle rilevazioni – effettuate tra settembre e novembre 2018 – è trascorso praticamente un anno.
Come detto, niente sembra essere cambiato dalla prima osservazione, risalente al 2014 (l’altra è del 2016).
Sembra, perché in realtà, a ben guardare, qualcosa è invece accaduto.
Gli ingressi registrati dai contatori automatici posizionati nei pressi di tutti i valichi ticinesi nelle 24 ore sono stati 93.001. Quelli nella fascia oraria “lavorativa” (dalle 5 alle 18), invece, sono stati 69.008. Nel 2014, nelle stesse fasce orarie il numero di ingressi era quasi del tutto identico (lo scostamento è stato dello 0,1%).
Questi numeri hanno portato i media ticinesi ad affermare che nulla è cambiato e che i frontalieri mantengono la cattiva abitudine di andare al lavoro in auto.
Si può anche concordare, facendo però due precisazioni. Primo: tra il 2014 e il 2018 i frontalieri sono cresciuti di circa 3mila unità, non moltissimo ma nemmeno poco. Secondo: la scelta del mezzo di trasporto dipende da molti fattori. Non sempre conciliabili con l’uso del treno o del bus. Basti pensare agli operai edili che devono raggiungere un cantiere alle 6 o alle 7 del mattino in zone periferiche.
Di sicuro interesse sono altri numeri. Quelli relativi alle fasce orarie. Fanno capire come il traffico di auto si concentri in gran parte in una sola fascia oraria. Tra le 5 e le 9, infatti, entrano in Canton Ticino 41.600 auto, cifra anche in questo caso pressoché costante rispetto al 2014 (-0,2%). Tra le 10 e le 12 i veicoli in ingresso alle dogane svizzere sono stati, nel 2018, 9.595 al giorno (+2% rispetto al 2014); 10.067 tra le 13 e le 15 (-6%); 7.745 tra le 16 e le 18 (-1%). Più di due terzi dei veicoli (69%) entrano in Ticino dai valichi del Mendrisiotto, regione in cui si concentra la maggior parte delle imprese manifatturiere del Cantone. Il valico con il maggior numero di transiti è Chiasso Brogeda con 9.679 auto (ossia il 14% di tutti i veicoli in entrata in Ticino: ma in questo caso, andrebbe valutato il fatto che sull’autostrada transita pure il traffico turistico), seguito da Stabio-Gaggiolo (6.725, 10%) e Ponte Chiasso (6.460, 9%).
Rispetto al 2014, nelle fasce orarie confrontabili, i tecnici del dipartimento del Territorio di Bellinzona spiegano che «vi è stata una diminuzione degli ingressi dai valichi del Locarnese (-5,8%) e un aumento dai valichi del Luganese (+5,7%)».
L’indagine del Cantone ha messo in luce come il pagamento del parcheggio non sia un deterrente tale da scoraggiare l’uso dell’auto. Nel 2018, infatti, il 27% degli automobilisti intervistati dai rilevatori alle dogane ha dichiarato di pagare per il posteggio. Nel 2016 questa percentuale era di due punti inferiori, ma nel 2014 era praticamente la metà (14%). In mezzo, c’è stata la famosa tassa di collegamento, voluta dal consigliere di Stato Claudio Zali proprio per scoraggiare il traffico frontaliero.
Entrata in vigore il primo agosto 2016, la tassa è stata bloccata quasi subito da una serie di ricorsi. Essa impone ai datori di lavoro ticinesi che hanno a disposizione almeno 50 posti auto all’interno delle proprie aziende di pagare un tributo destinato a finanziare il trasporto pubblico. Un balzello da 18 milioni di franchi l’anno, soltanto apparentemente congelato.
In attesa delle decisioni dei giudici federali, infatti, le aziende hanno comunque fatto pagare ai propri dipendenti il parcheggio, anche per cautelarsi qualora la tassa venisse considerata lecita. In oltre tre anni sono stati così tolti dalle tasche dei frontalieri alcune decine di milioni di euro. Senza che nulla sia però cambiato.

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