Tasse italiane e stipendi svizzeri. «Non cambierebbe nulla»

Il sindacalista Unia Sergio Aureli: «Ecco perché la proposta leghista non funziona»
(da.c.) Frontalieri tassati con le aliquote italiane? Perché no. «Non cambierebbe nulla. Non per chi oggi lavora in Svizzera con salari “drogati” dal dumping». A una settimana dal voto con cui la Camera bassa del Parlamento elvetico ha approvato il «postulato» proposto dal deputato della Lega dei Ticinesi Lorenzo Quadri, cominciano a farsi strada pesanti obiezioni all’efficacia della mozione del consigliere nazionale leghista.
Le prime simulazioni condotte dagli esperti su dati reali

dimostrerebbero una verità sin qui mai immaginata: non è applicando agli stipendi dei frontalieri il sistema fiscale italiano che si può combattere la corsa al ribasso delle retribuzioni in Ticino.
Sergio Aureli, sindacalista Unia e candidato alle recenti elezioni europee per il Pd nel collegio del Nord-Ovest, ha preso molto sul serio la proposta di Quadri. Armato di calcolatrice, tabelle e una buona dose di pazienza ha fatto qualche calcolo. Il risultato è stato a dir poco sorprendente. «Prendiamo un giovane italiano, celibe e senza figli, che riceve uno stipendio di 2mila franchi lordi al mese, ovvero 24mila franchi all’anno. Il fisco svizzero gli chiede oggi l’1,5% di imposta, ovvero 360 franchi che vengono versati al Cantone – dice Aurelli – Bene, quei 24mila franchi corrispondono a 19.200 euro. Se applicassimo le aliquote italiane dovremmo in primo luogo sottrarre 6.700 euro di franchigia, quindi calcolare l’Irpef che in totale sarebbe di soli 558 euro annui. Il giovane italiano pagherebbe insomma 22,5 euro al mese in più di imposta. Vale a dire, il nulla».
L’idea di Quadri, sottolinea il sindacalista svizzero, «non soltanto non cambierebbe nulla sul piano strettamente economico ma avrebbe conseguenze disastrose sul terreno del mercato del lavoro. Creerebbe infatti una spinta ulteriore dei salari verso il basso. Con vari rischi accessori. Ad esempio, il fatto che con uno stipendio inferiore ai 24mila franchi il datore di lavoro non dovrebbe nemmeno pagare il secondo pilastro».
I bassi salari e la corsa al dumping, cifre alla mano, non si combattono quindi con un diverso sistema impositivo. «Facciamo un altro esempio – dice ancora Aureli – Prendiamo una commessa che guadagna 2.500 franchi al mese, ovvero 30mila franchi lordi all’anno. Oggi in Ticino paga un’aliquota del 3% e versa un’imposta di 900 franchi al Cantone, pari a 720 euro. Con il sistema italiano sarebbe costretta a pagare circa 90 euro in più al mese. Una differenza risibile che, per chi vive nei comuni al di là dei confini, non comporta alcun sacrificio». Che la proposta del deputato leghista non funzioni, insiste Aureli, è del tutto evidente.
«L’idea di contrastare il dumping così non ha senso. Il ragionamento di Quadri è scorretto perché non è vero che l’assoggettamento al regime fiscale italiano aumenta le tasse. In Ticino gli imprenditori assumono i frontalieri in quanto così facendo aumentano il proprio profitto. A conti fatti, l’assoggettamento all’imposizione fiscale italiana, difficile comunque da raggiungere perché bisognerebbe cambiare un accordo internazionale, produrrebbe un risultato opposto a quello atteso. Incentiverebbe infatti ancora di più l’ingresso di manodopera a basso costo. Gli italiani continuerebbero ad accettare salari insostenibili in Ticino e il sistema sarebbe sfruttato a pieno, così come accade adesso, dagli imprenditori».

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