Telematici per legge. Fatti nostri se i terminali non funzionano

Parole come pietre
di MARCO GUGGIARI

Siamo fermi al Paese del “vorrei ma non posso” e la cosa davvero grave è che non vogliamo ammetterlo. Prendiamo le vicende di questi tempi a Como. Almeno due situazioni, tra le tante, indicano che la nostra aspirazione a servizi telematici rapidi ed efficienti è semplicemente una chimera.
La corsa al Pin che serve per utilizzare la nuova carta regionale dei servizi anche come tessera sconto della benzina è diventata un estenuante terno al lotto. Ci si mette in coda e non si sa se i terminali

funzionano, vanno a singhiozzo, o sono in sonno. Intanto restiamo tutti al palo.
Dall’altro giorno dobbiamo fare lo stesso negli ambulatori medici perché il ministro Brunetta ha deciso di imporre sanzioni, che arrivano fino al licenziamento dei dottori di famiglia se questi non spediscono i certificati di malattia direttamente online all’Inps. Ma anche in questo caso la rete fa le bizze e i poveri camici bianchi, per non rischiare, provano e riprovano. Così i tempi d’attesa per le visite si allungano.
Che Paese è mai questo, centocinquant’anni dopo la sua nascita? A volte sembra che sia ancora fermo ai Borboni. O alle “grida” dei governatori spagnoli. Si stabilisce che dobbiamo essere moderni senza che veniamo messi nelle condizioni di farlo. Governanti gonfi di arroganza e occhiuti burocrati decidono, controllano, puniscono. In compenso, fare funzionare i terminali non è un loro problema. Tutto si traduce in disservizio, con buona pace della famosa innovazione per la quale abbiamo avuto anche un ministro residente nel Comasco.
È la doppia velocità tra le intenzioni e la realtà di un’italietta provinciale e pretenziosa.

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