Tempi più lunghi per l’emersione dei capitali all’estero

altTra Italia e Svizzera
La “voluntary disclosure” resta però un obiettivo su cui punta anche il governo Renzi

Rallenta decisamente il passo la norma sulla «rivelazione volontaria» che gli italiani dovrebbero fare al Fisco sui soldi depositati in Svizzera.
Il decreto legge approvato lo scorso 24 gennaio dal governo Letta si è infatti arenato in parte proprio sul tema della voluntary disclosure. L’argomento è stato stralciato e rinviato a un disegno di legge, il cui iter si annuncia meno rapido e sicuramente più ragionato.
Dopo una lunga serie di audizioni in Parlamento, i dubbi e le perplessità

su tutto l’impianto normativo si erano fatti molto numerosi, provenendo peraltro da tutti i settori politici.
Erano anche emerse le preoccupazioni di avvocati e commercialisti.
Questi ultimi, per effetto di una lettura estesa del decreto, correvano il rischio di una corresponsabilità penale con i clienti.
Anche sul terreno delle aliquote da applicare a chi avesse deciso di rivelare i propri depositi in Svizzera il dibattito si era fatto molto serrato. Fino alla richiesta di individuazione di aliquote forfettarie comprese tra il 18% e il 25% per la regolarizzazione dei piccoli depositi inferiori ai 3 milioni di euro. Insomma, una quantità di obiezioni non da poco che ha consigliato governo e partiti ad accantonare la strada del decreto, per passare invece a quella del disegno di legge.
Peraltro, il decreto si sarebbe dovuto approvare entro il 29 marzo, pena la sua decadenza. Tempi evidentemente troppo stretti. Martedì scorso, il viceministro all’Economia, Luigi Casero, ha ribadito la volontà del governo di approvare il disegno di legge nella sua nuova formulazione «in tempi veloci», possibilmente entro il mese di maggio, ovvero prima della prevista visita ufficiale in Svizzera del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
«Il tema è importante», ha detto Casero, che ha anche ammesso come un voto definitivo sul provvedimento entro pochi giorni sarebbe stato sostanzialmente «impossibile».
La voluntary disclosure resta in ogni caso un obiettivo su cui puntare anche per il governo Renzi. L’emersione dei capitali depositati in Svizzera potrebbe davvero garantire alle stremate ed esangui casse del Fisco italiano una robusta iniezione di liquidità.
Il punto è come arrivare alla mèta. Come, cioè, fare in modo che la dichiarazione non diventi un boomerang sia sul piano penale sia su quello finanziario. Alla fine di gennaio, a Berna, nel Forum per il dialogo tra Svizzera e Italia, si era discusso a lungo di voluntary disclosure.
Dal dibattito tra esperti, uomini politici e operatori del mondo bancario era emerso in modo chiaro come una soluzione unilaterale italiana (ovvero, il decreto ora abbandonato) orientata alla massimizzazione dei capitali regolarizzabili avrebbe messo sulla difensiva non soltanto il sistema finanziario elvetico, ma anche le istituzioni svizzere, spingendole potenzialmente ad adottare contromisure di ogni tipo.
Qualcosa di fatto avvenuto poi pochi giorni dopo anche con il referendum del 9 febbraio, il cui esito in Ticino – quasi il 70% di sì ai contingenti di stranieri – è stato certamente influenzato anche dalle scelte italiane in materia fiscale.

Nella foto:
Lo Stato italiano tenta in ogni modo di aprire i forzieri svizzeri in cui sono depositati ingenti capitali dei propri cittadini

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