Terapia intensiva, il dramma della scelta

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

Nel clima di grande preoccupazione per la crescita esponenziale dei malati Covid, ha suscitato scalpore un articolo pubblicato dal quotidiano torinese “La Stampa” – ripreso domenica anche dal nostro giornale – relativo all’esistenza di un documento che in Svizzera impartisce direttive in caso di saturazione dei reparti di terapia intensiva, in cui quindi i medici si trovassero nella necessità di prendere una decisione su chi salvare e chi no. Il documento, stilato dalla Accademia Svizzera delle Scienze mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva, risale al 20 marzo anche se ufficialmente non è stato ancora adottato e quindi non sarebbe mai stato applicato. Il titolo è preciso: «Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse».

Il problema non è nuovo nel campo dell’etica medica ed è ampiamente dibattuto nella pubblicistica di settore, ma è diventato di stretta attualità a causa dell’esplodere della pandemia.

Un conto, però, è disquisire su una ipotesi che si crede lontana, e un altro conto è trovarsi a gestire un’emergenza che rende tragicamente presente la situazione ipotizzata. Il documento elvetico analizza la situazione in cui dovesse verificarsi la saturazione dei reparti di terapia intensiva e opta per il criterio della «prognosi a breve termine», ovvero «vengono accettati in via prioritaria i pazienti che, se trattati in terapia intensiva, hanno buone probabilità di recupero, ma la cui prognosi sarebbe sfavorevole se non ricevessero il trattamento in questione».

Non sono in grado di entrare nella materia con la competenza che sarebbe necessaria, ma intuisco che il linguaggio – in una questione di confine come questa – lascia ancora uno spazio di discrezionalità al ruolo decisionale del medico. A me pare che proprio questo sia uno dei due fattori necessari che devono essere entrambi presenti nel processo di valutazione. Il primo è la redazione di un protocollo che definisca, pur con difficoltà, alcuni criteri chiari e oggettivi. Può essere fastidioso che una materia così delicata sia affidata alla freddezza di un ragionamento, ma nel momento dell’emergenza è utile avere un punto di partenza per prendere una decisione. E qui sta il secondo fattore ineliminabile, quello, comunque, di una scelta umana, operata non da un computer ma da un medico o da un collegio di medici. Su questo versante mi pare necessario il riporre fiducia nel giudizio di un professionista che è anche e soprattutto un uomo e che darà certamente uno spessore umano all’applicazione di un principio.

A giudicare da quanto è riportato nell’articolo del quotidiano torinese, il protocollo svizzero indicherebbe che pazienti di età superiore a 85 anni sono destinati a non essere ricoverati in terapia intensiva. Anche se poi i quattro estensori del testo – come riportato dal nostro giornale – sostengono che «l’età in sé e per sé non è un criterio decisionale applicabile, in quanto attribuisce agli anziani un valore inferiore rispetto ai giovani e viola in tal modo il principio costituzionale del divieto di discriminazione».

Insomma, la questione è davvero complessa, e non c’è protocollo che in quattro righe possa pensare di risolvere il dramma di una decisione che, collegando o no un’esistenza ad una macchina, possa decretarne la vita o la morte.

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