Terragni: sì al Comune in Ticosa: «Ma serve un progetto condiviso»

Area Ticosa

L’architetto comasco Attilio Terragni, pronipote del razionalista Giuseppe, il padre della Casa del Fascio del 1936 e di tanti altri capolavori dell’architettura che fanno di Como un museo all’aperto unico al mondo, guarda con favore alla proposta lanciata dal Comune di spostare nell’area ex Ticosa il municipio. Ma pone alcuni fondamentali distinguo.
Sì, ma a patto che ci sia una visione d’insieme sul futuro della città. E che si programmino le azioni conseguenti guardando al lungo periodo.
«Premesso che senza un progetto non si trovano finanziatori, e questo vale sia nel pubblico che nel privato, e che quindi ci aspettiamo di vedere nella sostanza quello che per ora è solo un annuncio – dice Attilio Terragni – trovo che Como soffra da tempo e troppo spesso di “ansia da prestazione”, è in altre parole come se fosse perennemente di fronte ai preparativi per un appuntamento galante, a volte addirittura al test di una prima notte di nozze. E invece in una moderna città europea, e non penso solo alle grandi metropoli ma anche alle realtà come la nostra, pensare e risolvere il problema delle aree dismesse dovrebbe essere la prassi. Purtroppo così non è, e fanno paura i 42mila metri quadrati alle porte della città, che una qualsiasi città di medie dimensioni dovrebbe saper gestire».
Il che andrebbe sommato alle tante altre aree dismesse che rendono Como un potenziale megacantiere, ed è questo forse che genera l’ansia da prestazione urbanistica di cui parla il progettista che ha a lungo lavorato con l’archistar Daniel Libeskind per l’area City Life a Milano. Ma Terragni è d’accordo sullo spostamento del Comune? «Mi hanno chiesto di progettare una sede della Camera di Commercio in Ticosa negli anni Novanta. E a Brescia ho lavorato con lo studio di Daniel Libeskind proprio al ripensamento di un’area dismessa, gli ex Magazzini Generali, dove avrebbe trovato posto proprio il municipio con altri uffici della provincia che erano sparsi in varie sedi in affitto nella città. Siamo arrivati al progetto esecutivo, a pianificare i posti di lavoro di ogni singolo dipendente, poi non se ne è fatto più nulla perché è cambiata la giunta. Quindi i problemi li causano i politici con i loro tempi, non i piani degli urbanisti e degli architetti. Tornando a Como, in linea di massima, ho sempre sostenuto che la destinazione dell’ ex Ticosa dovesse essere pubblica. Ma dovrebbe essere solo il primo paletto di una discussione ben più articolata: per la mia esperienza non basta una amministrazione per fare un intervento simile, ne servono almeno due se non tre, e soprattutto serve più condivisione tra le forze politiche, il mondo produttivo e la società civile, insomma un accordo piu profondo e lungimirante, frutto di un più elevato senso di responsabilità. Risolvere un’area come l’ex Ticosa è il lavoro di una generazione di comaschi, che si impegnino tutti insieme per trovare un accordo che sorpassi le logiche della polemica politica, che non sia divisivo, che non sia né di destra né di sinistra ma che aiuti a far Como più bella e migliore. Altrimenti rimarremo sempre agli annunci con la data di scadenza elettorale stampigliata sopra. E qui veniamo al dunque».
Cioè? «Chiediamoci finalmente che progetto di città vogliamo attuare. Viviamo un tempo in cui le funzioni cambiano rapidissimamente, quindi non possiamo legarci solo a quelle. Possiamo usarle come piattaforma per confrontarci, ma poi serve altro. Una amministrazione comunale nell’era digitale di quanto spazio ha bisogno? Le esigenze di oggi potrebbero non coincidere con quelle di domani. Serve quindi una idea di città che la città possa condividere al massimo grado in tutte le sue componenti per trovare soluzione alle varie aree dismesse. Qui sta il vero nodo. Quindi decentralizzare in Ticosa il Comune va bene, si inserisce in un discorso aperto già da tempo, potremmo anche usare i piani che avevamo studiato per Brescia a suo tempo, sono già fatti. Ma occorre lungimiranza, lo ripeto. Bisognerebbe su questi temi istituire un gruppo di lavoro molto serio, come fanno inglesi e americani, che studi le dinamiche sociali, i flussi di traffico. Progettare una città non è giocare a Monopoli, dove basta discutere se convenga investire su casette verdi o alberghi rossi. E mi spiace dirlo ma a Como sembra ci si limiti a questo, mentre il capoluogo meriterebbe ben altre discussioni, ad esempio sul suo futuro verde. E non parlo solo di aggiungere qualche albero, ma di ripensare lo spazio per essere più rispettosi dell’ambiente che ci circonda. Un tempo il fulcro della città era la pietra, oggi deve essere il verde».
Di questi temi, cioè del futuro della Ticosa ma anche del lungo asse viario che da piazza San Rocco porta fino al Monumento ai Caduti, Attilio Terragni parlerà il 10 maggio prossimo alle 21 nella sala conferenze della Cna di Como (quindi proprio di fronte all’ex tintostamperia) in un incontro-convegno a ingresso libero a cura del circolo “Willy Brandt” cui parteciperanno anche Clemente Tajana, a lungo ingegnere capo del Comune di Como e profondo conoscitore della storia della città, e l’assessore all’Urbanistica della giunta Landriscina, Marco Butti.

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