Tessile: codice etico e problemi reali

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di Giorgio Civati

Un Codice etico per il rilancio: è anche su questo che punta il made in Como della seta, proponendosi come fornitore particolarmente attento e sensibile a questioni ambientali di sicurezza e salute ma anche di responsabilità sociale.

Lo ha predisposto il Centro tessile serico sostenibile (e già nel recente cambio di ragione sociale c’è evidente la direzione che vuole prendere con sempre maggiore decisione la struttura di via Castelnuovo) e lo hanno sottoscritto, la settimana scorsa, 57 aziende lariane.

La Como del bello, insomma, vuole darsi anche una “patente” di affidabilità, non solo tecnica.

È una strada già intrapresa con Seri.Co, il marchio inventato e voluto dal distretto tessile locale e che ora vede un più evidente impegno a livello etico: prodotti ben fatti ma non solo, l’industria tessile comasca vuole anche essere garanzia di tutela ambientale, salvaguardia dei diritti dei lavoratori, garanzia di originalità, lotta ai comportamenti scorretti nel senso più ampio.

C’è però qualche problema. Non nell’idea, che è ottima, ma nella sua applicazione concreta e nei rapporti con gli altri passaggi della filiera del tessile/abbigliamento.

A quest’ultimo riguardo, il dubbio che sorge è quello della effettiva e reale presenza di un’etica nel mondo del fashion. Ci spieghiamo meglio: quegli stessi colossi della moda che fanno confezionare in giro per il mondo per spendere qualche centesimo in meno a capo, che fanno pesare immagine e fatturato e potere d’acquisto sui fornitori di solito medio/piccoli sono davvero interessati a tessuti “etici”?

E, soprattutto, sono disposti a pagarli magari un po’ di più se è necessario o ne fanno solo pubblicità e immagine? Non è che, per dire, la grande firma considera il tessuto come la cerniera o poco di più?

Insomma, se il made in Como “vende” qualcosa in più del semplice tessuto, il mercato a valle è pronto a recepire questa differenza, questo plusvalore rispetto al made in Turchia, Cina o chissà dove?

Un altro problema esula dall’industria della moda, pur riguardandola da vicino. I consumatori che sensibilità hanno nell’acquisto di abiti e abbigliamento?

Cercano il capo al prezzo minore magari che sembri solo bello e alla moda o vanno alla ricerca di contenuti?

Di bei modelli  realizzati con altrettanto belle stoffe o di risparmio e basta?

Un’ultima questione riguarda l’applicazione concreta, all’interno del distretto tessile comasco, di tutti questi principi.

Una regola fondamentale dovrebbe essere quella del “niente scopiazzature”, per esempio, ma sanno tutti che non è proprio così che ci si comporta a Como e dintorni, pur senza generalizzare.

Così come altri atteggiamenti decisamente poco etici –  per evitare multe e sanzioni per esempio – sono stati oggetto di ampie cronache nei mesi scorsi.

In sostanza, l’etica potrebbe fare la differenza negli anni a venire ma, probabilmente, non sarà facile adeguarvisi e farla percepire dentro e fuori Como.

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