Tessile d’eccellenza in ripresa, ma il turismo soffre

altL’economista Arfaras: «Como tagliata fuori dal business dei viaggiatori low cost»
Buone speranze per l’economia lariana almeno sul versante dell’eccellenza della seta: ecco cos’è emerso ieri durante il “XVIII Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Fili d’erba, fili di ripresa” presentato ieri nella sede comasca di Unindustria.
«Il settore tessile ha recuperato quote – dice Giorgio Arfaras, economista e co-autore del Rapporto con l’economista ed editorialista della Stampa Mario Deaglio – anche se non è cresciuta la quota esportata in Europa, ma quella verso

i Paesi emergenti». Crescita dovuta soprattutto alla qualità.
«È indubbio che i prodotti made in Italy siano eccellenti, la qualità è la chiave di accesso principale per l’estero. Le aziende che da sempre rappresentano il fiore all’occhiello della Lombardia, come quelle nel distretto di Como, si stanno innovando». Problematico invece il settore turistico.
«È difficile attirare turismo estero in Italia – spiega Arfaras – soprattutto perché chi viaggia low cost non può permettersi di soggiornare in alberghi extra lusso come quelli che ci sono qui. Bisogna rispondere alle richieste del turismo medio, quello fatto di famiglie e giovani che si spostano grazie alla caduta dei costi di trasporto». Ma, anche in questo caso, non bisogna dimenticare la qualità.
«Per rivalutare il nostro Paese – afferma l’economista – dobbiamo puntare su un turismo qualificato. L’Italia possiede i due terzi di monumenti e opere d’arte al mondo». Secondo il Rapporto, però, prima di tutto è necessario individuare la vera causa della crisi e trovare una soluzione a lungo termine.
«Il 2013 è stato l’annus horribilis dell’economia mondiale – dice Alessandro Besana, consigliere delegato per l’internazionalizzazione Unindustria Como – basti pensare che secondo un recente sondaggio, alla domanda “quale caratteristica descrive meglio la tua famiglia?”, il 39% ha risposto “vivere alla giornata”. Questo significa che gli italiani non credono più nel futuro».
A questo punto la domanda sorge spontanea: ci sono davvero fili di ripresa in Italia?
«Ci sono filetti che vanno innaffiati e curati con amore – dice Arfaras – ma questo non è sufficiente. Le imprese che esportano sono in lieve crescita, ma quelle che servono il mercato interno sono morte; questo problema lo deve risolvere la politica sostituendo la domanda privata a quella pubblica». Perché la crisi, secondo Arfaras, è strutturale.
«Prendiamo due aziende, una che produce candele e l’altra lampadine, – dice l’economista – in un sistema perfetto il capitale si spinge verso quella che produce lampadine, ma se il sistema va male allora propenderà verso le candele. Questo è quello che succede in Italia. C’è, metaforicamente parlando, troppa propensione alle candele». In questo senso, il cambiamento deve avere radici profonde.
«Che ci crediate o no – continua Arfaras – l’Italia è in graduale spegnimento da metà degli anni Novanta a causa della forte presenza di piccole imprese non produttive. Ecco il vero problema del sistema italiano: le grandi aziende sono scomparse lasciandone tante di minori dimensioni che si stanno polverizzando. Il mercato deve tornare ad essere competitivo».
Sembra però che la soluzione sia un po’ lontana.
«Questi fili d’erba sono destinati a crescere in modo rigoglioso? – chiede Osvaldo Ranica, direttore della Banca Popolare di Bergamo – Non dimentichiamo che, per un vero cambiamento, non solo bisogna tenere in considerazione la trasformazione del mercato, ma anche i fattori culturali e sociali del Paese».

Enrica Corselli

Nella foto:
Un momento della presentazione del Rapporto a Unindustria Como (Mv)

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