Tessile, i confini del dopo-emergenza

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di Giorgio Civati

Il made in Como della seta e, in generale, tutto il tessile italiano ripartono da Milano.

O meglio, tentano di farlo, tra qualche speranza e molti timori. La rassegna tessile italiana che si è svolta martedì e mercoledì negli spazi espositivi di Fiera Milano ha infatti rappresentato il primo ritorno alla normalità in Europa e, per qualche tempo ancora, anche l’unico vista la cancellazione della fiera “fisica” Première Vision, a Parigi.

Troppo delicata in Francia la situazione sanitaria per rischiare la salute di espositori e visitatori e così si avrà la sola fiera su Internet. Milano, invece, ce l’ha fatta: stand aperti, evento anche in concreto oltre che digitale. L’edizione numero 31 di Milano Unica – in mostra i tessuti per l’autunno-inverno 2021/2022 – è stata ovviamente particolare: poco più di 200 gli espositori contro i quasi 500 del passato, con cronache e resoconti  altalenanti tra cautela, ottimismo, timori e speranze.

Quel che ci pare sia emerso con decisione è però che il mondo dei tessuti non può e forse nemmeno vuole puntare tutto sul digitale. Vero, molte aziende ampliano l’offerta web, i cataloghi su Internet, la digitalizzazione di campioni, disegni e produzione. E fanno benissimo. Ma la “mano” per sentire se un tessuto è leggero o pesante, rigido o morbido, il pezzo di stoffa stropicciato e stiracchiato, confrontato e drappeggiato quasi come fosse già un abito, restano passaggi fondamentali per il settore. Soprattutto perché possono fare la differenza, convincere a un acquisto o allontanare un cliente.

Diverso, probabilmente, è il discorso per i capi finiti. Molti colossi dell’abbigliamento hanno puntato sul web e forse riusciranno, come già avviene, a veicolare un numero sempre maggiore di acquisti sui canali digitali. Ma su un Pc emerge forse di più il taglio, la forma e lo stile di un abito che non le caratteristiche di un tessuto. Per questo l’appuntamento espositivo di Milano ha avuto un peso ben più ampio dei numeri.

Chi c’è stato riporta che se gli espositori erano meno del passato, anche la clientela era scarsina. Ma nessuno, a partire dagli organizzatori, ne faceva e ne fa una questione di cifre: Milano Unica è stata un moto di orgoglio, una maniera per dire “ci siamo”, per ridare una sorta di unità – che è sempre scarseggiata, va detto – alle industria tessili italiane. Potrà servire? Per sapere se gli ordini arriveranno, servirà tempo.

Settimane, forse mesi,  e intanto anche il distretto tessile comasco faticherà moltissimo. Anche perché nel campo i venditori delle aziende del made in Como prendevano l’aereo per l’Asia, per poi tornare sul Lario passando dall’America; oppure andavano a Parigi da mattina a sera; o, ancora, a Milano di corsa per fare vedere un colore, un disegno o un campione a questa o quella “firma” della moda. In attesa di poter tornare a fare tutto ciò, Milano potrebbe avere stabilito un confine per il “dopo emergenza”. O almeno si spera.

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