Tessile in ordine sparso ai tempi del lockdown

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di Giorgio Civati

In attesa del 4 maggio, data spartiacque fra il “tutto fermo” e una qualche parziale riapertura delle aziende, sta succedendo di tutto o quasi. Anche all’interno del tessile/moda. Nei giorni scorsi, per esempio, il distretto di Prato aveva chiesto a gran voce di riaprire. Con tutte le precauzioni necessarie, seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie e della politica, ma senza aspettare l’inizio di maggio.

Senza successo, anzi con una reprimenda piuttosto decisa della locale Prefettura. Le conferenze stampa, le centinaia di mail spedite al Palazzo del Governo della cittadina pratese, le richieste e le insistenze non hanno dato risultato. Tutto il contrario di quanto è invece accaduto a Biella. L’altro polo del tessile italiano, quello piemontese, da oggi è in attività. Lo riportano organi d’informazione del settore e stampa locale piemontese, segnalando che un accordo è stato trovato tra imprenditori, sindacati e istituzioni. Non tutti al lavoro, visto che nella provincia del Piemonte è stato posto un limite del 35% alle presenze di personale in azienda, ma è un inizio.

Possibile grazie al fatto che il tessile biellese è stato considerato “di rilevanza strategica per l’economia italiana”, un po’ come Fincantieri cui è stato concesso di riprendere la costruzione di una mega nave da crociera. Ovviamente la cronaca di queste differenti situazioni all’interno del medesimo settore produttivo non può non suscitare perplessità. Com’è possibile che la riapertura sia possibile in una delle regioni dove la diffusione del Covid-19 è più elevata, il Piemonte appunto, e non in Toscana dove invece la situazione è meno critica?

E, ancora, la “rilevanza strategica” di stoffe e tessuti vale solo in qualche posto d’Italia e non altrove? Da quanto emerge, Biella si è mossa meglio:  nessuno scontro, anzi una trattativa concertata e attenta che, probabilmente, ha messo tranquilli Prefettura e sindacati, consentendo così alle aziende qualche giorno di vantaggio sul resto del settore italiano. Prato, battagliera, per il momento sta uscendone sconfitta e dovrà aspettare lunedì 4 maggio, salvo novità. E Como? Il distretto comasco della seta in queste vicende non ci è proprio entrato.

Ci sono realtà locali che hanno lanciato allarmi, imprenditori che hanno chiesto di riaprire, big che hanno assicurato di essere pronti quanto a misure di sicurezza per rimettere in moto le fabbriche, ma – alla luce di quanto è accaduto tra Biella e Prato – sembra un po’ poco. La Como della seta aspetta, o magari si muove ma in ordine sparso e assolutamente individuale. In fondo dirà qualcuno, una settimana in più o in meno che sarà mai… Ma istituzioni e associazioni, di qualunque sigla e tipologia, potevano sicuramente fare di più. Magari per finire come Prato con un “no” secco, ma almeno provarci, dare al settore serico un segnale univoco, un motivo di identità e di aggregazione, un senso.

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