Tessile, la nuova sfida della tracciabilità

banner giorgio civati opinioni e commenti

di Giorgio Civati

Il tessile comasco ha una nuova sfida da affrontare, l’ennesima nella sua travagliata seppur positiva storia: la tracciabilità, unita alla trasparenza, dei manufatti tessili a partire dal filo per poi ricomprendere il tessuto e tutte le operazioni successive, per esempio stampa e finissaggi. Una vera e propria “carta d’identità” di quella che per stilisti e confezionisti è la materia prima, cioè la stoffa. Basilare, eppure soprattutto in questi anni sottovalutata, svilita, valutata troppe volte per il solo prezzo trascurando ricerca, gusto, creatività, consulenza stilistica. Se ne è parlato mercoledì alla presentazione della 29esima ricerca dell’Osservatorio sul distretto tessile comasco, promosso dall’Ufficio studi di Intesa San Paolo e dal Gruppo tessili di Confindustria Como, presentando ancora una volta “Etic – European Textile Identity Card”, l’etichetta che dal 2020 garantirà appunto tracciabilità e trasparenza. E non è una sfida facile. Al di là delle intenzioni, sicuramente valide, non si può non ricordare che da qualche decennio il mondo della moda è fortemente sbilanciato: da una parte gli stilisti considerati quasi “semidei”, che per il solo fatto di metterci il nome o la firma, sono in una posizione di grande forza nei confronti dei fornitori – il distretto comasco, appunto, ma non solo – e sono alla continua ricerca del prezzo più basso. Vero, hanno sfilate e modelle e show e molti altri costi, ma il voler riversare a monte in maniera esagerata queste problematiche non è certamente etico. Già, perché di etica oltre che di tracciabilità la moda discute sempre di più. Salvaguardia dell’ambiente, tutela del lavoro minorile, attenzione alla chimica fin dal filo. Con queste argomentazioni chi lavora nel tessile ha a che fare quotidianamente, con capitolati e contratti sempre più stringenti da parte della clientela della confezione. Che però, a quanto pare, non è tanto disposta a pagare quell’euro in più che servirebbe a sostenere ricerca – oltre che nello stile – anche in questi campi. Di più, quella stessa parte dell’industria della moda che stressa i fornitori di tessuti è la stessa che spesso fa confezionare in giro per il mondo dove la manodopera costa niente, alla faccia dell’italianità e della qualità. E che acquista ovunque, sempre all’insegna del prezzo. Di questi tempi per esempio va alla grande la Turchia: relativamente vicina, produce stoffe abbastanza simili a quelle italiane – simili, non uguali, ma tanto la signora che acquista l’abitino non se ne accorge – a prezzi molto ma molto più bassi. Etic, insomma, è un’ottima idea e va portata avanti; si vedrà poi che valore verrà riconosciuto dalla clientela. E vista la situazione attuale e degli ultimi anni del mondo della moda, non abbiamo grandi speranze per il made in Como serico.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.