TESSILE, SEGNO NEGATIVO ANCHE NEL 2012

Vendite in calo almeno per tutto il primo trimestre
Non c’è pace per il tessile comasco. Si preannuncia una fine anno caratterizzata dal segno meno. E anche l’avvio del 2012 sarà contraddistinto dal brusco rallentamento ormai in atto. Il comparto si sta nuovamente scontrando con la recessione economica e per il futuro regna l’incertezza. Un incubo ricorrente che, dal 2008, è diventato uno scomodo compagno di viaggio per l’intero sistema economico locale. Una crisi che ha imperversato in tutti gli ambiti, scompaginando letteralmente il settore

tessile, da sempre vero e proprio fiore all’occhiello dell’economia lariana.
«Dopo il primo semestre 2011, decisamente positivo, da ottobre stiamo assistendo a una nuova frenata», dice Massimo Trabattoni, vicepresidente del gruppo filiera tessile di Confindustria Como. Traducendo: vendite in calo e magazzini pieni.
L’occasione per discutere del futuro dell’industria tessile si è avuta a margine del convegno “Incertezza dei mercati e vincoli alla competitività: risposte delle aziende comasche”, in programma ieri pomeriggio al Centro tessile serico. «Mancano gli ordini. E sarà così anche all’inizio del nuovo anno. Almeno per tutto il primo trimestre del 2012 – aggiunge sempre Trabattoni – Dopo aver visto le campionature delle prime fiere della stagione, si potranno quantificare questi dati negativi».
Osservando l’andamento degli ultimi anni si è assistito a un mercato caratterizzato da oscillazioni schizofreniche. Dopo la «mazzata del 2009, abbiamo vissuto un 2010 definibile come un anno di prima convalescenza. Poi, dopo l’avvio del 2011 che faceva ben sperare, ecco nuovamente la caduta», precisa Trabattoni. Diverse le cause di questa mancanza di competitività.
«Innanzitutto, in Italia dobbiamo scontrarci con un costo del lavoro troppo alto. È il più elevato in Europa. Per contro, abbiamo i salari più bassi del vecchio continente. Questo ci fa perdere in credibilità e, naturalmente, in competitività». In aggiunta, i costi dell’energia elettrica sono tra i 2 e i 5 punti in percentuale più alti rispetto al resto d’Europa. In Spagna, giusto per fare un esempio, i costi energetici sono di un quarto inferiori rispetto ai nostri», spiega Trabattoni. Un insieme di cause, dunque, che mette in una posizione di svantaggio l’industria italiana e comasca. «Ciò che ci sforziamo di domandare, ormai da tempo, è di essere messi nella condizione di essere competitivi. Non con la Cina. Vogliamo essere messi nelle stesse condizioni di lavoro dei nostri vicini. Della Francia, della Germania e delle altre nazioni europee. Altrimenti saremo sempre un passo indietro».
E restare nelle retrovie porta ulteriori conseguenze negative. Gli istituti di credito, vedendo il ritardo e le difficoltà delle ditte comasche, attueranno il credit crunch. Ovvero la stretta creditizia, in base alla quale le banche tirano i cordoni della borsa, riducendo i finanziamenti: il classico serpente che si morde la coda, che porterà a far lievitare il costo del denaro. «Dobbiamo, come avviene già da tempo, puntare sempre più sull’internazionalizzazione delle nostre aziende – spiega Trabattoni – sulle esportazioni e sulla creazione di prodotti innovativi. La qualità non è più sufficiente. Anche perché ormai in Cina o in Turchia non si fanno più tessuti dozzinali». Lo scenario non è dunque esaltante.
Anche se «continuiamo a essere ottimisti. Visto che siamo risaliti nel primo semestre del 2011, pur in questo scenario, non possiamo che essere fiduciosi», dice Trabattoni.
E in effetti, l’export tessile della provincia di Como è cresciuto del +7,1% nel corso del primo semestre 2011 raggiungendo 447 milioni di euro, quello di prodotti finiti (abbigliamento) ha toccato un incremento del +30,9%.
Nell’incontro organizzato al Centro Tessile Serico ieri pomeriggio, si sono inoltre puntati i riflettori sull’andamento generale del settore, compiendo un’analisi dei bilanci aziendali – relativi al 2010 -di un campione di 138 imprese tessili comasche particolarmente rappresentative. Il lavoro, illustrato da Cecilia Gilodi, responsabile dell’area centro studi di Sistema Moda Italia (Smi), ha evidenziato come il fatturato sia tornato a crescere complessivamente di un +11,5%. Un segno positivo, che ha assunto contorni differenti in base ai settori. Innanzitutto, va segnalato un netto “rimbalzo” evidenziato dalle torciture (+33%). Sopra la media le tintostamperie (+14%) e i converter (+16%), mentre le tessiture non crescono oltre il +6,6%. Il risultato meno brillante ha interessato le aziende verticalizzate, il cui recupero si è arrestato al +5,1%. Per contro, c’è stata una contrazione nel numero dei dipendenti. Nel 2009 gli occupati erano 14.415, nel 2010 si è scesi a 13.706. Ben 700 posti di lavoro in meno (-4,9%). Nell’abbigliamento, invece, i numeri parlano di 2.668 persone impiegate nel 2009 contro le 2.650 del 2010. Ovvero -0,7%.
Contestuale anche il calo delle unità locali tessili (aziende) passate dalle 1.124 del 2009 alle 1.096 del 2010 (-2,5%). «Ciò può anche significare che ci sono state, oltre a delle chiusure, anche alcune aggregazioni tra aziende. Prima, però, quando si fondevano, non sparivano, come invece accade ora, anche i posti di lavoro», conclude Trabattoni.

Fabrizio Barabesi

Nella foto:
Incertezza nel futuro del tessile. Dati alla mano, Confindustria Como prevede vendite in calo e magazzini pieni fino a marzo 2012

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