Ticino, boom di frontalieri interinali: aggirata la legge sull’Albo artigiani

Cartelli della dogana tra Italia e Svizzera

Seicento domande già depositate, 98 soltanto accolte. E un’esplosione di contratti di lavoro interinale. Il cui unico obiettivo, chiaro a tutti, è aggirare una legge restrittiva (la cosiddetta Lia) e di difficile applicazione. La norma in vigore da ottobre in Ticino che obbliga le imprese artigiane a iscriversi a uno speciale albo stanno rapidamente mutando – e forse in peggio – il panorama già abbastanza confuso del mercato del lavoro del cantone.

Il nuovo scenario è stato al centro del tavolo tecnico sugli accordi bilaterali con la Svizzera coordinato, in Camera di Commercio a Como, da Enrico Lironi e al quale partecipano le associazioni di categoria e i sindacati. All’inizio di dicembre erano soltanto 98 le imprese artigiane italiane che avevano ottenuto il via libera all’iscrizione all’Albo ticinese. «Un numero assolutamente irrilevante», è stato detto durante la riunione del tavolo tecnico, «un chiaro sintomo di un procedimento che presenta ostacoli molto pesanti».

In effetti, le domande inoltrate da aziende italiane alla commissione paritetica istituita dalla Lia sono state circa 600 (su un totale di 4mila). Poche, comunque, rispetto alle cifre che negli ultimi anni hanno caratterizzato il lavoro in Ticino degli artigiani provenienti dai territori di confine. Il punto è che a fronte di molte difficoltà (e dell’incertezza sul possibile inserimento nell’albo) la Lia è stata “aggirata”. Gli artigiani italiani sono adesso assunti come frontalieri con contratti interinali. Contratti che – almeno stando alle cifre emerse nella riunione del tavolo in Camera di Commercio – stanno crescendo in maniera esponenziale. «Credo che sia necessario, da parte ticinese, un ripensamento – dice Alberto Bergna, segretario generale della Cna di Como – Sono del tutto evidenti gli ostacoli frapposti alla libera circolazione delle imprese. Posso capire le difficoltà del mercato del lavoro cantonale e la pressione esercitata da aziende e operai italiani, ma la violazione di un accordo internazionale non è la soluzione giusta». Lo stesso tavolo tecnico, nelle prossime settimane, chiederà alla Regione Lombardia e di «dare maggiore supporto a tutte le aziende interessate a lavorare in territorio svizzero».

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