Ticino, chi lavora nella ristorazione rischia lo stop fino al 28 febbraio. I sindacati chiedono aiuti urgenti

Dogana Italia Svizzera

Chiusura fino a fine febbraio di bar e ristoranti, prolungamento della sospensione di qualsiasi attività sportiva e culturale e obbligo di telelavoro. Sono le misure per tutta la Svizzera che verranno messe a punto mercoledì prossimo. E che preoccupano non poco i lavoratori frontalieri e chi li rappresenta.
«Non stiamo – dice Andrea Puglia, sindacalista dell’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese – dalla parte di chi vuole tenere tutto aperto perché i dati della pandemia in Svizzera non lo permettono, le terapie intensive sono sature. Ma non siamo con chi sostiene che si possa andare avanti solo con la misura dell’orario ridotto, ossia la vostra cassa integrazione».
Che fare, dunque? «Con le associazioni di categoria – dice Puglia – chiediamo a gran voce misure a sostegno delle aziende, come i vostri ristori, per consentire ai datori di lavoro di coprire le spese vive. Un affitto in Svizzera è carissimo, per esempio. Iniezioni di liquidità immediata o sconti fiscali? Lo vedremo, l’importante che sul tema parta in settimana il tavolo di confronto con le parti sociali. il settore di bar e ristoranti in particolare è stato falcidiato dalla pandemia ed è quasi esclusivo appannaggio della manodopera frontaliera e straniera. Sono lavori spesso a bassa qualifica, in posizioni a cui gli svizzeri storicamente non ambiscono. Ma è poco sensato chiedere sacrifici immani agli operatori economici senza chiudere le scuole che oggi lavorano a pieno regime in Svizzera».
Rimane un nodo, il telelavoro. Appannaggio di 15mila frontalieri attivi nel terziario impiegatizio. «Per fortuna lo si utilizza – dice Puglia – grazie a un accordo amichevole tra gli stati. Ma il grosso dei frontalieri lavora in presenza».
Un altro nodo è l’iter dell’accordo tra Italia e Svizzera sull’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri siglato a Natale. L’intesa dovrà essere ratificata dai Parlamenti dei due Paesi. «Entrerà in vigore tra due anni; intanto – dice Puglia – spingiamo subito perché venga attuato il protocollo che permette l’innalzamento della franchigia speciale a 10mila euro».
« Si ha sempre più l’impressione che manchi un pilota nell’aereo – commenta a proposito delle imminenti decisioni sulle nuove restrizioni in Svizzera Giangiorgio Gargantini, segretario regionale del sindacato Unia Ticino – Il lavoro ha bisogno di sostegni, la crisi è sistemica. La misura “faro” è quella già usata nella prima ondata della pandemia, il “lavoro ridotto” come la vostra cassa integrazione che vale per tutti, residenti e frontalieri. Una procedura peraltro oggi facilitata sul fronte burocratico. Tutto da affrontare invece sarà il nodo degli aiuti alle aziende, che finora sono stati ben poco efficaci».
Per Mirko Dolzadelli, responsabile nazionale della Cisl Frontalieri, «se al primo posto c’è l’esigenza di limitare gli effetti della pandemia dato che la tutela della salute è priorità assoluta, è parimenti fondamentale sostenere l’economia, in particolare chi ha attività già chiamate a dei sacrifici economici tali da mettere a rischio l’impresa stessa. Sappiamo bene che il virus nonostante ogni azione di contenimento continua ad avere numeri importanti e riteniamo misura di buonsenso avere misure a tutela delle aziende che da mesi vivono un forte stress legato agli effetti economici e sociali della pandemia. Sono settori dove il frontalierato è altissimo e già hanno subito una forte contrazione dall’inverno scorso fino all’estate 2020 e si affacciano al 2021 con rischi di ulteriori contrazioni. Intervenire è nell’interesse di tutti, svizzeri e italiani dato che l’economia delle province di confine che già soffrono le ricadute della pandemia rischia in questa fase ulteriori difficoltà».
L’accordo di Natale chiede la ratifica parlamentare, ma a Roma soffiano venti di crisi. «L’accordo impegna il governo anche su tutele che rafforzano il lavoro frontaliero in una fase di evidente crisi del mercato del lavoro – dice il sindacalista – Speriamo che il governo onori le scadenze che ci siamo dati. ha sottoscritto degli impegni e una crisi sarebbe deleteria. Entro aprile ci si era impegnati a parlare dello statuto dei lavoratori frontalieri».
Per Giuseppe Augurusa, responsabile nazionale dei frontalieri per la Cgil, chi rischia di più in questa fare sono i lavoratori la cui condizione è maggiormente precaria: «Sono lavoratori vulnerabili, in aziende al 90% di piccole dimensioni dove è facile essere mandati a casa, e con salario basso, 3,900 franchi in media contro i 4.500 del salario medio elvetico in un contesto dove il costo della vita è elevato. La buona notizia è che il tavolo sullo statuto dei lavoratori frontalieri in base agli ultimi accordi non sarà presso il ministero degli Esteri ma presso il ministero per lo Sviluppo economico».

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