Ticino-Italia, legame sempre più forte. L’import del Cantone arriva al 50%

Ponte Chiasso

L’autarchia del Canton Ticino? Una «pericolosa illusione». Martedì scorso, all’Auditorium di Bellinzona della Banca Stato, l’Istituto di Ricerche Economiche (Ire) dell’Università della Svizzera Italiana ha presentato al pubblico l’ultima ricerca di ampio spettro sull’economia del Ticino. Un lavoro confluito da poche settimane in un libro di Federica Maggi e Rico Maggi (Il Ticino. Un’economia globale e locale, Armando Dadò editore) che, come spesso accade con le ricerche di taglio accademico, fa a fette l’ideologia sovranista e chiusurista dei ticinesi più conservatori.
La tesi di fondo dei due studiosi è che il Canton Ticino, nel periodo preso in esame dalla ricerca (ovvero dal 2000 al 2016) è stato in grado di mantenere livelli elevati di crescita e di attrattività – nonostante periodi di crisi e di recessione economica – proprio grazie all’apertura verso l’esterno, ossia offrendo opportunità di lavoro e residenza a chi proviene da fuori (e in particolare agli italiani).
«L’Italia – si legge nel libro – complice la vicinanza territoriale, nonché la comunanza linguistica e culturale, ha un ruolo chiave» nell’economia ticinese, a partire dall’approvvigionamento delle merci.
Il caso più emblematico è quello del tessile-abbigliamento, settore nel quale l’import dall’Italia sfiora il 73% (ma in totale, il 50% delle merci importate in Ticino proviene dall’Italia). «In buona sostanza – concludono i ricercatori dell’Ire – l’economia ticinese, analizzata in una logica di produzione e distribuzione, si basa su una forte interazione con l’Italia, rilevante non soltanto per il mercato del lavoro (frontalierato), ma anche per la filiera produttiva».

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