Canton Ticino, l’Udc parla di Far West. Ma i numeri dicono l’opposto: il dibattito in Parlamento a Berna

La dogana di Ponte Cremenaga

Paese in cui vai, dibattito sulla sicurezza che trovi. Con gli stessi toni e le stesse reciproche accuse tra destra e sinistra. E la Svizzera non fa eccezione. Mercoledì scorso, nella Camera bassa di Berna, si è discusso di «criminalità transfrontaliera». Le tesi di partenza sono state opposte, soprattutto tra gli esponenti ticinesi.
Da un lato i conservatori dell’Udc – con il neo deputato Piero Marchesi – a sostenere la visione più preoccupata: «Il Ticino non deve diventare il Far West della Svizzera. La popolazione ha paura e chiede aiuto alla politica». Dall’altro lato i centristi del Ppd – con Marco Romano – e i Verdi – con la neo parlamentare Greta Gysin – a sottolineare la necessità di rafforzare gli accordi internazionali di cooperazione tra forze di polizia (accordi che proprio l’Udc vorrebbe disdire) e a ribadire numeri che parlano di una realtà molto diversa da quella descritta da chi chiede ad esempio la chiusura delle frontiere. «In Ticino – ha detto Gysin – benché zona di frontiera, negli ultimi anni si è constatata una riduzione importante dei fenomeni criminali. Anche quest’anno i livelli della criminalità, rapine comprese, si situano su quelli del 2018 e sono di molto inferiori ai momenti di maggior allarme avuti nell’ultimo decennio. Chi parla del Ticino come di un nuovo Far West misconosce quindi la realtà dei fatti e le statistiche».
Chi ha ragione, allora? Secondo il ministro dell’Interno di Berna, Ueli Maurer – anch’egli esponente dell’Udc – «negli ultimi 5 anni il numero di reati contro la proprietà in Svizzera nel suo insieme è in netto calo: da 370mila a 288mila». I controlli funzionano e il blocco delle frontiere è irrealistico: «2,1 milioni di persone attraversano il confine svizzero ogni giorno, 1,1 milioni di auto e 24mila camion. È un’illusione completa credere di poter controllare ogni singola persona».

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