Ticosa e Palababele, orrori-lumaca

L’ex area industriale attende un futuro da 30 anni. I due decenni del palazzetto canturino restano folli
La fresca inaugurazione della galleria di Valsolda è riuscita appena a mascherare il passato di questa opera-lumaca. E se è vero che, da mercoledì sera, i frontalieri hanno finalmente il loro tunnel per evitare almeno   parte del budello
chiamato Regina, è altrettanto certo che i 21 anni di attesa per il transito della prima auto non passeranno velocemente nel dimenticatoio.
Nell’album comasco dei cantieri lumaca, bisogna collocare almeno altre due grandi opere (mai compiute): il recupero dell’ex Ticosa a Como, e la surreale vicenda del Palababele di Cantù. Due orrori, per gestione politica, amministrativa e tecnica. E contemporaneamente due “lumache”, degne anche della “chiocciola” Valsolda, viste le rispettive vicende.
Prendiamo il caso del palazzetto dello sport di Cantù. Quello ridotto a cumulo di macerie soltanto nel 2010 e passato (poco onorevolmente) alla storia come Palababele. Le cui fondamenta, ora cancellate dalle ruspe, affondano nella mattina del 16 gennaio 1991, quando venne posata la prima pietra dell’opera che non sarebbe mai stata completata.
Il 27 aprile 1987 il consiglio comunale della città del mobile (all’epoca guidata dal sindaco democristiano Giuseppe Anzani) aveva approvato il progetto preliminare del futuro palazzetto dello sport in corso Europa. Il palasport avrebbe dovuto contenere fino a 9mila spettatori e costare 14 miliardi di vecchie lire. Il via libera al progetto esecutivo – firmato da uno dei più importanti architetti italiani, Vittorio Gregotti – arrivò 3 anni dopo, il 13 marzo del 1990. Nel gennaio successivo partirono i lavori. A rilento, tra intoppi vari e problemi di ogni tipo, il cantiere proseguì stancamente fino al 1998. L’anno in cui lo scheletro piramidale del palazzetto avrebbe iniziato a consegnarsi al degrado e a un declino senza fasti da ricordare. I costi di quello scempio incompiuto, alla fine, sarebbero saliti a 18 miliardi di vecchie lire. I colpi di ruspa che ne hanno fatto uno scomodo e costosissimo ricordo per la Città del Mobile hanno aperto la strada al progetto ora in fase di realizzazione nella stessa area (palasport da 7mila posti, polifunzionale, da 25 milioni di euro). I canturini sperano.
NEL CAPOLUOGO
Se la galleria della Valsolda e Palababele hanno occupato con le loro traversìe due decenni, impareggiabile è il record dell’ex Ticosa a Como. La grande fabbrica estesa, di proprietà della multinazionale francese Princel, chiuse i battenti nel 1980, lasciando di colpo senza lavoro 540 dipendenti. Fu un colpo enorme per la città, tanto che due anni dopo – nell’ingenuo tentativo di contrastare con le armi spuntate di un piccolo consiglio comunale il cambiamento radicale del mondo industriale – il Comune di Como comprò le mura della fabbrica per guidare l’ipotetica rinascita (a favore dell’acquisto da 7  miliardi di lire, votarono Dc, Pri e Psdi. Contrari Psi e Liberali. Astenuto il Pci).
Difficile dire che il peggio iniziò con quello sciagurato acquisto. Ma di sicuro i fallimenti politico-amministrativi che si sono succeduti nei 30 anni successivi hanno contribuito a fare dell’ex Ticosa un emblema dell’immobilismo lariano. E pensare che il 27 gennaio 2007, quando le ruspe abbatterono il famigerato corpo a C dell’ex tintostamperia (giunta Bruni al governo), sembrava davvero arrivata la svolta. Cinque anni dopo, sfumato il progetto di un nuovo quartiere avanzato dall’olandese Multi, resta una spianata in via di bonifica. E un futuro tutto da inventare.

Emanuele Caso

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