Ticosa, tutti gli errori di una storia lunga 35 anni

© | . . I lavori di demolizione della Ticosa, nella primavera del 2007

Alla Casa Bianca c’era Jimmy Carter. Al Cremlino, invece, Leonid Breznev. Mentre a Pechino, l’assemblea del popolo aveva decretato da qualche settimana la «fine dell’era maoista». Il mondo diviso in blocchi si sfidava – a ranghi incompleti – alle Olimpiadi di Mosca. Lo stesso mondo che scopriva, grazie agli accademici di Stoccolma, l’esistenza dello scrittore polacco esule negli Usa Czeslaw Milosz, cui veniva assegnato il premio Nobel per la Letteratura.
L’autunno del 1980 è un ricordo ormai sbiadito. A Como, il 3 ottobre di quell’anno, un telex spedito dalla Francia metteva fine alla centenaria storia della più grande fabbrica tessile della città. E dava inizio – ma, allora nessuno poteva immaginarlo – al più grande scandalo della storia lariana. Lo scandalo Ticosa.
A distanza di 35 anni Como tenta inutilmente di trovare una via d’uscita a una situazione più che grottesca. Se non ci riesce, è anche perché non ha mai seriamente riflettuto sui motivi che l’hanno condotta sin qui. Ai confini della (sur)realtà.
Il primo, più grande errore, fu l’acquisto della Ticosa da parte del Comune. Nella convinzione che Como potesse proseguire il suo luminoso cammino industriale, la classe dirigente dell’epoca firmò una sorta di gigantesca cambiale, vincolando per anni la città a restituire un mutuo contratto a tassi stratosferici, il 21%.
I segnali della imminente terziarizzazione della società erano chiari e qualcuno, in realtà, li aveva anche scorti. Ma la Ticosa finì ugualmente in mani pubbliche, diventando il pozzo senza fondo dei guai lariani.
Altro errore grave fu la sottovalutazione del fattore tempo. Mentre in consiglio comunale si discuteva, il degrado espugnava l’area di via Grandi. Fino a diventarne il padrone assoluto. Insieme con i disperati in cerca di un tetto sotto il quale tentare di sopravvivere.
Terzo errore. La rincorsa ai sogni. Degli altri. Di fronte alla quasi totale assenza di idee proprie, i governi della città si sono baloccati nel promuovere o bocciare faraonici progetti di ogni tipo: dall’acquario da 10 milioni di euro alla cittadella dei servizi, all’incubatore di imprese hi-tech. E via ipotizzando.
Uno stillicidio di ipotesi fantasiose rimaste, com’era ovvio e facile da prevedere, solo e soltanto sulla carta. In tempi più recenti, dopo la coraggiosa decisione di uccidere il mostro – abbattendolo – un altro sbaglio è stato ancorare il futuro di via Grandi a un bando internazionale, anch’esso eccessivamente gigantista. Una gabbia dalla quale oggi è difficilissimo uscire. Nell’elenco degli errori non si può non mettere la decisione di procedere comunque alla bonifica dell’area in funzione di una riqualificazione residenziale. La spesa si è rivelata folle. Il risultato incerto. E così, dopo aver tirato fuori 5,5 milioni di euro, l’auspicata ipotesi di tornare al parcheggio appare assurda.

Dario Campione

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