Titanic, un libro sul sopravvissuto comasco. E l’autore scopre due italiani a bordo finora mai segnalati

TITANIC, from left: Leonardo DiCaprio, Kate Winslet, 1997. TM

Uno dei tre italiani sopravvissuti alla tragedia del Titanic era comasco. Nell’elenco degli scampati – circa 700, mentre le vittime furono circa 1.500 – c’è anche Emilio Ilario Giuseppe Portaluppi. Era nato nel 1881 ad Arcisate, ora in provincia di Varese ma all’epoca località lariana. Figlio di Carlo e Giuseppa Perlatti, scultore, era partito per Barre, Vermont, capitale mondiale del granito, nel 1903. Si fece strada alla Tonella & Sons Granite and Manufacturing Company, azienda specializzata in monumenti funerari e in pavimentazioni e opere in pietra.
Negli Usa Portaluppi si sposò con la concittadina Caterina Pelegatta, dalla quale ebbe una figlia, Ines; poi si separò nel 1910. Madre e figlia tornarono in Italia.
Nell’autunno 1911, Portaluppi fece un viaggio in Italia allo scopo di rivedere la famiglia. Nella primavera del 1912, decise di tornare in America. Sul Titanic.
Quella sera sulla nave – pare abbia riferito poi – si coricò presto. Fu destato da un tremendo scossone, cioè lo scontro con l’iceberg. Salì in coperta dove non notò niente di strano. Ma ebbe la sensazione che dovesse essere successo qualcosa. Rientrò in cabina, si rivestì e ritornò in coperta. Portaluppi asserì di essere caduto accidentalmente in mare e di avere nuotato per almeno due ore prima di essere ripescato da una scialuppa, la numero 14.
La figlia Ines, quando nel 1998 uscì il film con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, riferì al “Corriere di Como” – in una intervista in cui rievocò quelle ore drammatiche così come gliele aveva riportate il padre – che il babbo si era salvato aggrappandosi a un pezzo di ghiaccio.
Di sicuro, Portaluppi fu salvato dalla nave Carpathia. E non riportò stress da naufragio permanenti: nel 1914 riprese il mare per tornare in Italia, dove combatté nella prima guerra mondiale nell’esercito italiano. Per 15 anni passò sei mesi l’anno ad Alassio, dove tutti lo riconoscevano perché era l’ultimo italiano in vita tra i superstiti del Titanic. Anzi ogni 15 aprile Portaluppi celebrava, al ristorante, il suo «secondo compleanno», con una pasta ai frutti di mare piuttosto ricca, intitolata “Spaghetti alla Titanic”.
La pubblicistica su Portaluppi prese a pullulare di aneddoti. Ad esempio, chi era la donna che si trovava sulla scialuppa a cui Portaluppi si avvicinò e intercesse per lui tirandolo a bordo mentre i marinai lo allontanavano con i remi? Intanto lui aveva una pistola di madreperla in bocca, raccolta prima di buttarsi dalla nave, tra i flutti gelidi. Gliela strapparono di dosso. La signora in questione pare fosse la mitica Lady Astor. E con la celebre miliardaria americana Portaluppi avrebbe avuto una storia. Pare dicesse di essersi lasciato convincere a imbarcarsi sulla nave maledetta disdicendo una precedente prenotazione sull’Oceanic proprio dai coniugi Astor, lui l’uomo più ricco del pianeta e lei 18enne affascinante, oltre che in stato interessante. Ci fu del tenero fra lui e Madeleine Force, sposata Astor? Pare che lo stesso Portaluppi alimentasse la leggenda. E abbia domandato alla White Star Line come risarcimento per il naufragio anche 3mila dollari per la perdita di una foto di Giuseppe Garibaldi che, si leggerebbe nella richiesta, «era firmata dallo stesso ed era stata donata, al nonno dell’assicurato, dall’Eroe dei Due Mondi».
Portaluppi morì ultranovantenne, nel 1974, portando con sé i suoi misteri. Ora la sua storia – che leggenda vuole abbia ispirato, lui artista e lei giovane in prima classe, la vicenda di Jack e Rose in Titanic di James Cameron – si appresta a diventare un libro. Ci lavora lo storico del Titanic Claudio Bossi, varesino che nei suoi libri ha dato ampio spazio agli italiani a bordo. Comaschi compresi. Come Giuseppe Peduzzi, che aveva lasciato Schignano a 12 anni per cercare fortuna prima in Inghilterra e poi, 24enne, si era imbarcato sul Titanic. Inseguiva il sogno americano. Ma non ne resta nemmeno il ritratto sulla tomba nel cimitero della località intelvese. Anni fa, la foto è stata rubata e la famiglia non ha più alcuna immagine originale dell’antenato.

Claudio Bossi aveva già certificato la presenza sul Titanic di 38 connazionali. Si trattava in prevalenza di personale del ristorante, e in piccola parte, solo 8 persone, passeggeri. «Non sapremo mai con esattezza quanti fossero gli italiani imbarcati – ammette Bossi – E nemmeno quante persone fossero imbarcate in totale e quante siano state le vittime. Ma siamo, con Svizzera e Francia, tra i Paesi con il maggior numero di scomparsi».
«Gli italiani erano considerati il personale di ristorazione più affidabile – prosegue – Quindi potrebbero esserci stati altri italiani in terza classe dove si imbarcavano gli emigranti, ma non sempre le registrazioni dei passeggeri di terza erano corrette e complete, e poi spesso gli italiani erano mescolati con i francesi.»
Ed ecco che dall’oblio ora emergono altri nomi. Si tratta di un romagnolo, Sante Righini (classe 1883) di Pisignano di Cervia, e di un piemontese, Carlo Fey (classe 1893), di Vestignè, provincia di Torino.
Il primo era emigrato in America già nel 1903 e si trovava sul transatlantico al servizio di una benestante vedova americana, che ovviamente viaggiava in prima classe. Quindi un passeggero. Il secondo era un umile ragazzo che partito, con il padre, dalle colline del Canavese per l’Inghilterra, qui aveva trovato un lavoro e il 6 aprile di quel 1912 aveva firmato il contratto, in qualità di sguattero, per l’esclusivo Ristorante A’ la Carte della prestigiosa nave. Ristorante che, è bene ricordarlo, era in gestione dell’italiano di Montalto Pavese Luigi Gatti. «Il Gatti fu tra le vittime italiane senza dubbio il personaggio di maggior spicco», precisa Bossi. «Morì pure il capo cameriere, un tale Nannini, della provincia di Firenze. Tengo a precisare che gli altri camerieri, cuochi e aiuti di sala o di cucina, erano quasi tutti molto giovani: poco più, e in qualche caso poco meno, che ventenni.»


Lorenzo Morandotti

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