TORBIDE PALUDI

Il commento
Trovo veramente faticoso, nel commentare le crude parole di monsignor Angelo Riva riportate negli articoli a fianco, riuscire a non esprimermi in modo tranchant.
Perché anche ora, mentre scrivo, e dopo aver riletto più volte la nota sul sito ufficiale della Diocesi, mi sento indignato e percosso da affermazioni che mi sembrano lontane mille anni luce dal comune sentire dei credenti e dei cittadini comaschi.
Eppure, gli ingredienti per far sì che don Riva riponesse definitivamente la

stilografica nel cassetto, in merito a questa vicenda, c’erano tutti.
Primo, Marco Mangiacasale è reo confesso. Secondo, ci sono intere famiglie che soffrono (e soffriranno ancora per tanto tempo) a causa delle azioni dello stesso Mangiacasale. Terzo, il Papa ha irrogato la sanzione massima all’ormai ex prete, prima ancora che la giustizia ordinaria completasse il suo iter.
Nonostante ciò, in un pezzo veramente oltre i limiti di quanto è per noi condivisibile, Riva cavilla e distingue, ricama e mette i puntini sulle “i” rispetto alle sentenze di primo e secondo grado. Quasi che questo sposti qualcosa rispetto a una tragica vicenda su cui la condanna morale – al di là del percorso penale, non ancora concluso – è unica, inappellabile e già definitivamente bollata dal Santo Padre.
Speravamo, a questo punto sbagliandoci, che fosse un triste incidente di percorso il “famoso” articolo del “Settimanale” in cui lo stesso Riva, direttore editoriale del foglio diocesano, bollava come coprofagi, ossia mangiatori di escrementi (!), i giornalisti che avevano raccontato una vicenda che ha scosso nelle radici la Chiesa lariana.
Giusto a suo giudizio sarebbe stato, invece, il silenzio.
E invece no. Eccoci ancora a leggere, immersi in una torbida palude, che è “deprecabile” una certa immagine che è stata attribuita all’ex prete, che si è andati al di là della “reale consistenza”, che tutto ciò “non è giusto”. Ancor più imbarazzante, poi, il fatto che questo articolo sia pubblicato sul sito della Diocesi, e quindi avallato, condiviso dalle più alte gerarchie della Curia comasca. A fronte, però, di un pronunciamento inequivocabile (e ci permettiamo di dire, di segno opposto) del pontefice.
C’è un’espressione latina del Nuovo Testamento, attribuita a San Paolo, che è “cupio dissolvi”. Letteralmente significa “desiderio di essere dissolto”, e viene spesso usata dalla nostra classe politica in riferimento all’autolesionismo di questo o quel partito per i comportamenti che mette in atto. Sia detto in modo tanto rispettoso quanto sommesso, ma penso che in questo caso il “cupio dissolvi” sia da attribuire a chi, dentro la Chiesa comasca, ancor oggi, a tutti i costi continua con straordinaria pervicacia a rimanere arroccato su posizioni fuori dal tempo, dalla logica e dalla storia.
Lo straordinario lavoro di Papa Francesco non rischia certo di essere offuscato dalle prese di posizione censorie e sconcertanti di monsignor Angelo Riva.
Ma queste rimangono un vulnus dal quale la comunità cristiana comasca – e speriamo anche la Curia – ha l’esigenza di smarcarsi. Al più presto.

MARIO RAPISARDA

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