Torna d’attualità la “ramina” ormai esausta. E quante storie racconta

Parole come pietre
di Marco Guggiari

Sono i giorni della “ramina”, termine in disuso e ignoto ai più giovani. Indica la rete di confine che divide il Comasco dal Canton Ticino. Decine di chilometri di separazione fisica, un tempo ben visibile e quasi altera; oggi malinconicamente stramazzata al suolo in più punti e seminascosta dalle sterpaglie nei boschi di frontiera.
È tornata d’attualità per via dei disperati che tentano di varcarla, pagando denaro sonante, mentre fuggono dal Nordafrica verso uno (spesso) immaginario

eldorado nordeuropeo. In oltre un secolo di vita ha diviso, ha fatto guerreggiare contrabbandieri e finanzieri; quando si è lasciata attraversare, ha preservato (anche comaschi) dal più generale conflitto mondiale. Ha un nome ambiguo, confidenziale, per via del diminutivo. Ma non bisogna fidarsi: se potesse parlare, racconterebbe drammi degni dei più coinvolgenti romanzi.
Nacque a fine ’800. A lungo è stata fiera e ritta. Rispettata e combattuta. Difficilmente aggirata. Tutt’intorno hanno “ballato” in tanti: fuorilegge spinti dalla fame, fiamme gialle con turni massacranti e miseri stipendi; gli uni e gli altri con i poveri morti della propria parte, o se andava bene, con il gelo nelle ossa. Ha visto passare bricolle di “bionde” – le sigarette – caffè, zucchero, sale. Poi, con il salto di qualità del dio denaro e dei mercanti di morte, armi e droga. Attraverso i suoi buchi, oggi quasi prevalenti sul reticolo, sono scivolati libanesi, poi kosovari, slavi, curdi, africani. Ve li portavano, e lo fanno tuttora, “passatori” molto venali e di pochi scrupoli. C’è stato un tempo in cui sulla sua sommità erano collocati efficienti campanelli. Suonavano se la “ramina” veniva scossa. E non era festa per nessuno.

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