Torna il romanzo comasco di Alberto Vigevani

alt Lo scrittore ed editore milanese
(g.p.) Nel clima di confusione, fermenti e speranze dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i primi a partire per le montagne vissero un’esperienza irripetibile che mescolava ideali, incertezze, paura dell’ignoto, senso quotidiano di precarietà della vita. Alla loro vicenda diede voce e storia il primo romanzo italiano sul periodo della Resistenza. Si deve ad Alberto Vigevani, scrittore, editore e bibliofilo milanese, ed oggi riproposto, a distanza di settant’anni, da Endemunde Edizioni

(pp. 159, 11,90 euro). Pubblicato nell’ottobre 1944 presso la tipografia di Natale Mazzucconi a Lugano, dove l’autore, di famiglia ebrea, era rifugiato con la moglie e il figlio Paolo, il romanzo ha in sé, scriveva Franco Fortini, «l’aria e il tono e la passione di quelle giornate di settembre tremende che nessuno degli italiani dimenticherà».
Il protagonista, un giovane pittore in un piccolo drappello di partigiani con il pensiero della moglie e di un figlio, percorre la sponda occidentale del lago fino alla Valle Intelvi. Il suo tragitto comincia davanti a un bar di Moltrasio, con i piedi dolenti e «gli occhi annebbiati dalla stanchezza» trova posto su una motocarrozzina diretta ad Argegno. Sono giorni in cui «bisognava esser prudenti, sceglier gli amici e lavorare sodo», e la confidenza con i personaggi via via incontrati verrà dopo, passando per secchi dialoghi e misurate allusioni.
Agli stati d’animo del giovane protagonista partecipano più volte i paesaggi, la cui bellezza appare prosciugata da ogni retorica, ma non diminuita, dal realismo asciutto e dai rapidi tratti descrittivi della narrazione: «Passavamo sobbalzando lungo le cancellate dei giardini, le aiuole e gli oleandri a filo del lago luccicante», e più avanti ecco «i cipressi che tenevano innalzato sulle punte affusolate un cielo fondo di settembre».
C’è una piacevolezza rude e vitale in un angolo di paese fra i muri degli orti: «Qualche girasole si affacciava con l’occhio giallo aperto e in mezzo alle pietre guizzavano polverose lucertole. Un sole pigro e pesante picchiava dritto sui ciottoli: alla prima fontana calmammo l’arsura. L’acqua era buona e saporita».
Quando le armi diventano realtà, la natura della Valle Intelvi che nasconde il piccolo drappello di combattenti affiora incantevole e muta fra le inquietudini dell’animo: «Le cortecce dei pini splendevano come corazze e il cielo vibrava, scosso da infervorati e lontani bagliori. (…) I pensieri venivano a galla (?) e vagavano sulla superficie azzurra?».
Vigevani, nato a Milano nel 1918, era stato nel 1938 il più giovane fra i fondatori della rivista “Corrente” e fra il 1939 e il 1941 aveva dato vita alla libreria “La Lampada” e poi alla prestigiosa libreria antiquaria “Il Polifilo”, cui si aggiungerà nel 1959 l’omonima casa editrice. Autore nel dopoguerra di romanzi di successo caratterizzati da una poetica della memoria dal linguaggio lirico e colto – fra cui Estate al lago (1957) – dopo la Liberazione Vigevani si allontanerà dalla tensione civile del periodo luganese, con il contatto con i principali intellettuali italiani oltreconfine, da Gianfranco Contini a Luigi Comencini, Luigi Santucci al citato Fortini.
A Lugano, scrive Marco Fumagalli nella postfazione a I compagni di settembre, «nell’orizzonte del letterato entrano i nuclei narrativi, i motivi, le tensioni che caratterizzano I compagni». Ma «questa fiammata di entusiasmo libertario resta una parentesi, che Vigevani chiuderà (?) tornando a privilegiare la poetica della memoria infantile, in un contesto altoborghese e colto». Tuttavia, se nel romanzo Vigevani attesta «la forza del furore e dell’amore che ci unì a quel settembre», gli articoli del “Taccuino rosso” da lui scritti nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, pubblicati in appendice nella riedizione, ne costituiscono un’ulteriore testimonianza.

Nella foto:
Alberto Vigevani, scrittore milanese, nel parco di Comeno a Eupilio in uno scatto del 1970

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