Torniamo a investire sul nostro sistema formativo

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

Ferruccio de Bortoli, in un’interessante riflessione  sul “Corriere della Sera”, preoccupato  degli effetti che la vicenda Covid-19  provocherà inevitabilmente sulla nostra economia, esorta ciò che rimane della classe dirigente del nostro Paese – tutta, pubblica e privata – a concentrarsi e a investire in  istruzione, formazione e  ricerca.  Già, perché così non è stato.

De Bortoli giustamente parte dalla considerazione oggettiva delle difficoltà che l’Italia ha dimostrato più di altri ad uscire dalla crisi, in realtà mai veramente superata. Il pantano seguito  ad essa ha frenato  la ripartenza della nostra economia  a causa  di ragioni profonde, prima fra tutte la mancanza di una classe dirigente degna di questo nome e cioè, salvo rare eccezioni,  di persone che siano in grado di vedere oltre l’interesse immediato per concentrarsi su obiettivi a lungo termine.

Nella gestione arruffona, un po’ nevrotica e a volte clientelare  del quotidiano, fatta più di rendicontazioni e procedure che di sostanza,  si annidano gran parte dei nostri guai. Perché si  formi una classe dirigente all’altezza del compito – senza la quale proliferano  capipopolo e  demagogia – occorre che si uniscano le forze e si investa sulla sua formazione.

Questo nell’ultimo decennio, cioè nel momento in cui ce ne sarebbe stato  più bisogno  per uscire dalla crisi promuovendo un serio  programma di riforme e di rilancio del Paese, non è stato fatto. 

Colpa di una classe politica improvvisata e incompetente, di apparati  pubblici troppo preoccupati di non prendersi responsabilità e non incappare in uno dei mille ricorsi e di una classe imprenditoriale  che poche volte è andata oltre le richieste d’aiuto economico  e spesso ha disinvestito nel nostro Paese, dall’educazione dei figli – “il mio lo mando a studiare all’estero” – all’esportazione della  sede legale o delle attività  dell’impresa.

Certo, il sistema non aiuta a rimanere qui, ma proprio per questa ragione si deve invece fare uno sforzo per investire nel Paese Italia. L’unica possibilità vera che abbiamo è  fare un piano di ricostruzione formativa che trattenga le menti migliori, progetti e  programmi occasioni di sviluppo, investendo sul capitale umano.

Perdiamo finanziamenti europei perché non sappiamo fare progetti e abbiamo un saldo negativo tra quanto versiamo e quanto ci ritorna. Alcuni Paesi triplicano con essi  le risorse a disposizione, noi continuiamo a essere in fondo alla classifica per numero di laureati, rimane alta la dispersione scolastica soprattutto al Sud, investiamo poco in ricerca, sotto la media UE e  un terzo di Svezia e Finlandia.

Nell’istruzione la spesa è per il 90% relativa agli stipendi del personale, cioè  funzionamento ordinario. L’immobilismo non è sempre il risultato di una carenza di soldi, qualche volta anche di idee, competenza e dirigenti degni di questo nome.  Torniamo a investire sul nostro sistema formativo. Senza non c’è possibilità di sviluppo.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.