Torniamo a parlare di ciò che ci unisce

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

Nei giorni scorsi è passata alla Camera dei deputati, pressoché all’unanimità,  una legge che  ripristina l’insegnamento dell’Educazione civica nella scuola primaria e secondaria. Si tratta certamente di un fatto positivo.

Le mie reminiscenze a proposito,  avendo frequentato le scuole quando ancora c’era l’ora di  questa materia, mi riportano a un insegnamento che, nonostante fosse previsto, veniva effettuato quando c’era tempo e non si dovevano finire gli argomenti delle materie considerate principali, italiano storia e geografia.

La sfida sarà,  perciò, quella di imporre una svolta in primo luogo culturale sull’importanza di questo disciplina, che deve prevedere contestualmente anche un modo di  pensarla come se non fosse semplicemente lo studio delle norme che  costituiscono l’ossatura del nostro vivere civile, bensì come una sorta di contenitore  trasversale. La semplice conoscenza di normeTra i tormentoni di Como e dintorni (e sono molti, dalle paratie alla Ticosa, dal traffico al lago prima basso, poi alto, poi chissà…) nelle ultime settimane si è aggiunto prepotente il dibattito sulla velocità in Napoleona.

Incidenti anche gravi hanno suscitato preoccupazione, e mentre i vigili “pattugliano” la strada muniti di telelaser nel tentativo di far rallentare i veicoli e limitare i pericoli, la discussione ha raggiunto toni che – se non si trattasse di tema serio, la sicurezza stradale, con tanto di morti e feriti – sarebbe da definire assurda.

Proviamo a spiegarci. Assurdo, infatti, ci sembra scandalizzarsi per il superamento dei 50 chilometri all’ora, in salita o in discesa. I 90 o i 110 sono pericolosi, lo sappiamo e lo riaffermiamo ancora una volta, ma che dire dei 50? Quasi impossibili da rispettare, anche con tutta la buona volontà e col freno schiacciato. Addirittura pericolosi pure loro, questi benedetti 50 all’ora, perché quasi nessuno li rispetta e tutti sorpassano il temerario “tartaruga”.

Ora, per quel poco di Codice della strada e di leggi che sappiamo, ci rendiamo conto che se un limite esiste quello deve essere. E basta. Quindi, se non si possono cambiare i regolamenti, quei regolamenti devono essere osservati. La chiamano certezza del diritto quelli che se ne intendono: mica ci si può affidare alla valutazione del singolo, regola è e regola deve essere.

E va bene. Quello che non va per niente bene, invece, è questo stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli da parte di esperti veri o presunti, addetti ai lavori, opinionisti più o meno seri e umanità varia, tutti scandalizzati per davvero o forse per finta del superamento dei limiti.

Tutti crociati del 50 chilometri all’ora. Ma tutti chi?

Siamo tutti sicuri di percorrere la Napoleona a 50 all’ora? Siamo davvero tutti convinti di viaggiare su quella strada costantemente entro i limiti di velocità? Di rispettarli, sempre e comunque, di giorno e di notte?

Pur condannando i 110 all’ora o roba simile, ci sembra insomma totalmente ipocrita sventolare il rispetto del limite di velocità come cosa buona e giusta.

I 50 all’ora in Napoleona sono un’assurdità, ma se ce lo dice la legge ci adeguiamo, ci mancherebbe. Soprattutto se i vigili distribuiscono multe e tolgono punti alle patenti.

Ci adeguiamo ma non ci accodiamo alla folla che predica bene e molto probabilmente razzola male. Un po’ meno ipocrisia, partendo dai limiti di velocità della Napoleona, potrebbe essere un buon inizio per cambiare qualcosa nella nostra città, nella nostra vita, nel nostro modo di rapportarci con la realtà e con gli altri.e ordinamenti, infatti, non garantisce di per se né che le regole vengano rispettate né tanto meno la loro applicazione.

Mentre invece è fondamentale  la costruzione di una struttura mentale ed educativa che consenta, anche in assenza prescrizioni e  regole certe stabilite,  di mantenere dei comportamenti socialmente  corretti.

Credo che il tema educativo centrale sia proprio questo, cioè  come agire  non quando si è in presenza di norme e  controlli, ma quando non ci sono binari precisi che possano guidare le azioni.

In altre parole  il centro del tema è la sempre più difficile  identificazione di una morale comune che consenta di riconoscersi non in norma, bensì in valori condivisi, anche da coloro che abbiano idee e appartenenze culturali, sociali, politiche o religiose diverse, in altre parole una morale civile comune.

Quella per intenderci che consente a un insegnante di rimproverare un alunno senza che da parte dei genitori ci siano reazioni scomposte  perché c’è una condivisione sui contenuti educativi, ma anche  al docente di accettare un’osservazione dei genitori  senza cadere preda del panico e dell’incertezza.

Ovviamente dentro a un quadro di regole generali definite. La difficoltà sta tutta qui. E non è piccola. 

Vale  ormai non solo per la scuola ma per tutti i livelli della nostra organizzazione sociale.

Per ricostruire una morale  civile comune  occorre operare per un percorso inverso di quanto è stato fatto almeno  negli ultimi vent’anni.

Bisogna smettere di osannare e mitizzare la diversità, che portata all’estremo diventa l’individualismo più sfrenato, e tornare a parlarsi e a parlare non delle cose che dividono ma di quelle che uniscono.

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