Tra sogno Alptransit e incubo Viadotto

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

È un po’ farsi del male mettere a confronto l’Alptransit con il Viadotto dei Lavatoi. La prima opera, che i vicini svizzeri hanno portato a termine in tempi record, è un’impresa gigantesca, compiuta scavando ben tre tunnel, l’ultimo dei quali è la galleria di base del Monteceneri.

Il Viadotto esiste dal 2003, è lungo poche centinaia di metri, ed è fonte di guai grossi da tre anni a questa parte, anche se i problemi sono in realtà iniziati molto prima, già nel 2007. Nonostante la sproporzione delle cose, relativa alla loro diversa complessità, è Como ad essere perdente. Come lo è, sia detto per inciso, in tante altre vicende.

Due eternamente su tutte, le paratie e l’area ex Ticosa. E la nostra città è perdente, soprattutto, per il lungo tempo in cui i suoi cantieri più importanti stanno fermi e per la mancata soluzione di quanto viene intrapreso. Torniamo però al parallelismo iniziale. L’Alptransit entrerà in funzione il prossimo 13 dicembre. Permetterà ai treni di raggiungere Zurigo da Milano in poco più di tre ore.

Toglierà dalle autostrade elvetiche un gran numero di Tir. Intanto noi dobbiamo accontentarci di una linea tra Como e il capoluogo lombardo tuttora ferma a due binari. Il bando per l’intervento sul Viadotto dei Lavatoi scadrà il 22 settembre. Poi, quando sarà assegnato all’azienda aggiudicataria, richiederà trecento giorni di attività. Un anno, sostanzialmente, di lacrime e sangue in termini di disagi viabilistici. Code, ritardi, rabbia. E ciò perché non si è pensato per tempo al modo in cui ovviare agli effetti collaterali di questo impegno, pur previsto e ritardato.

L’associazione degli utenti della strada ha proposto  soluzioni alternative per alleggerire il traffico, ma queste sono impraticabili prima di tutto sotto il profilo della tempistica. Si tratterebbe di ampliare via Madruzza, ricavando un’altra corsia ascendente, con tanto di espropri. Oppure occorrerebbe allargare il vecchio ponticello tra le vie Turati e per Muggiò. In entrambi i casi, valutazione, momento decisionale, progettazione, messa in opera richiederebbero, c’è da scommettere, ben più di un anno, quindi ben più del cronoprogramma previsto per poter transitare senza rischi sul Viadotto risistemato. Questo, non per dire che le idee siano sbagliate, ma soltanto che adesso è troppo tardi per attuarle. E tocchiamo così con mano un altro dei nostri problemi: saper prevedere e prevenire. Chissà perché, chi deve farlo, l’istituzione di turno, non arriva mai in tempo. Non è previdente.

E, visto che tiriamo in ballo la ricca Svizzera, diciamo anche che non è soltanto questione di soldi, se noi arranchiamo sempre così tanto. È questione anche di cultura, di metodo, di procedure, di determinazione. Il nostro Viadotto va messo in sicurezza al più presto, questa è indubbiamente la priorità. Ma sconcerta che le crepe nelle opere pubbliche escano tutte insieme, clamorosamente.

Farebbe sorridere, se non rendesse invece idrofobi e se non fosse conseguenza di una grande tragedia, andare in Liguria e imbattersi fin dal Turchino in un’infinita serie di cantieri nelle gallerie, dopo i fatti del Ponte Morandi di Genova. Ci si è mossi finalmente, ma dopo un disastro, dando l’idea di una manutenzione che deve affannosamente rimontare, tutta in una volta, il tempo perduto.

Ad Annone Brianza, nel Lecchese, una tragedia meno pesante solo nel numero delle vittime, è già avvenuta a causa di un cavalcavia. Alla fine, sopporteremo qualunque disagio perché le vite di tutti contano più di ogni altra cosa. E perché conta la sicurezza, ma come condizione normale, non come eccezionalità. Così, almeno, vorremmo.

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