Cronaca

Tradita dai messaggi in italiano corretto. Ecco come è crollata Monica Sanchi

altL’omicidio di Mozzate
La compagna del killer piange e confessa dopo 7 ore di interrogatorio

«Chi scriveva i messaggi per fissare l’appuntamento di Mozzate con Lidia?». «Dritan». «Ed è di Dritan questa lettera inviata dal carcere?». «Sì». «Bene signora, questa lettera non è scritta in un italiano corretto, perché Dritan non ne era capace. I messaggi a Lidia Nusdorfi invece erano in un italiano corretto perché era lei a scriverli, e non il suo compagno». E così, all’ennesimo inciampo dopo sette ore di domande e contestazioni a raffica da parte dei carabinieri del nucleo investigativo di Como e del pubblico ministero Simone Pizzotti, Monica Sanchi è crollata.

La cameriera di Riccione, 36 anni, alle 20 di martedì sera ha così chiesto di parlare con il suo avvocato Nicola De Curtis e subito dopo, in lacrime, ha confessato tutto parlando poi fino alle 21. Sapeva di quella spedizione a Mozzate per uccidere la ex del suo compagno. Ed era lei, come avevano intuito i carabinieri, a scrivere i messaggi a Lidia Nusdorfi per fissare l’appuntamento in stazione. Ed era stata sempre lei a cercare di contattare Lidia su Facebook chiedendole l’amicizia. Un tentativo non riuscito, che poi portò a puntare su Silvio Mannina, l’ultimo compagno di Lidia, fatto cadere in un tranello dopo avergli promesso una storia d’amore. Un ruolo centrale, ritengono gli inquirenti, quello di Monica Sanchi nella drammatica striscia di sangue culminata nelle 11 coltellate inflitte in pochi secondi a Lidia Nusdorfi mentre camminava nel sottopassaggio della stazione di Mozzate. Alle 23 di martedì la Sanchi ha così fatto il suo ingresso nella cella del carcere del Bassone. Domani sarà sentita dal giudice. L’accusa parla di concorso in un omicidio premeditato.
Il punto sulle indagini è stato fatto ieri mattina proprio dai militari del nucleo investigativo che in queste settimane – il delitto di Lidia è della sera del 1° marzo – hanno fatto la spola tra Como e Rimini per raccogliere elementi utili a risolvere il caso. «E la vicenda non è chiusa», ha precisato il colonnello Roberto Jervolino, comandante provinciale dei carabinieri di Como.
«Sull’auto a Mozzate c’erano tre persone, non solo Monica e Dritan». Ovvero, l’attenzione si sposta ora sull’uomo che fece da “palo”, scendendo dall’auto e seguendo Demiraj per un pezzo negli attimi che precedettero l’omicidio quasi per proteggergli le spalle. Ma sono ancora tanti i punti su cui far luce.
Compreso il perché la donna abbia accettato di far parte di un simile piano criminale. Se per Dritan infatti c’era un movente chiaro – quello passionale nei confronti della donna che l’aveva abbandonato – più difficile è capire cosa abbia spinto la Sanchi a “sposare” quello che stava avvenendo. Lei , nel corso della confessione, avrebbe detto di essere stata minacciata da Dritan, e di aver avuto paura per quanto accaduto la sera prima con la morte di Silvio Mannina. Quando cioè l’ultimo compagno della Nusdorfi, con un tranello teso proprio dalla Sanchi (dietro la promessa di una notte di sesso), fu attirato a Rimini da Bologna e poi ucciso. Il tutto per spingerlo prima a fissare un appuntamento con Lidia e poi, una volta commesso il delitto, per rubargli il cellulare e continuare a tenere i contatti con la donna poi accoltellata a Mozzate. Confermato anche il tragitto della spedizione omicida partita da Rimini la mattina del 1° marzo e giunta a Malpensa dove Mannina aveva fissato l’appuntamento con la Nusdorfi. Quest’ultima scrisse però di avere avuto problemi e di non riuscire ad arrivare all’aeroporto. Monica spostò quindi il luogo dell’incontro prima a Saronno e poi alla stazione di Mozzate. Messaggi scritti in un italiano corretto che non era patrimonio di Dritan e che hanno svolto un ruolo cruciale nello spingere la donna prima a crollare e poi a confessare. Il resto è storia raccontata da una delle due telecamere del sottopassaggio della stazione. Con l’uomo coperto da un ombrello che corre incontro a Lidia appena scesa dalle scale. L’avvicina, la sbatte contro il muro e la accoltella per 11 volte prima di scappare. Ma l’ombrello cade per un attimo scoprendo il profilo del killer. Primo tassello di una indagine che ora conta su due arrestati e che potrebbe non essere ancora conclusa.

Mauro Peverelli

Nella foto:
La conferenza stampa di ieri mattina per fare il punto sulle indagini di Mozzate (foto Mv)
1 Mag 2014

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