Cronaca, Territorio

Tragedia di Conca di Crezzo, l’anniversario. L’incidente dell’Atr 42 nei cieli lariani il 15 ottobre del 1987

Atr 42 caduto a Conca di Crezzo
L’Atr 42 caduto a Conca di Crezzo. L’immagine è stata concessa al “Corriere di Como”
dalla Werner Fischdick Collection.

Un anniversario che si ricorda sempre con una vena di tristezza e che quest’anno sarà ancora più mesto. Domani, 15 ottobre, saranno 31 anni dalla caduta dell’aereo Atr42 a Conca di Crezzo, con a bordo 37 persone. Nessuna di loro sopravvisse. E da pochi mesi è scomparso il parroco che ha sempre tenuto a serbare la memoria di quanto avvenuto. All’inizio di agosto è infatti morto, all’età di 85 anni, don Emilio Lorvetti, tra i primi a dare l’allarme e a cercare di portare, purtroppo invano, i primi soccorsi quella notte.
Proprio per questo motivo, la cerimonia di commemorazione, di solito prevista nella domenica vicina all’anniversario, è stata spostata nel mese di maggio del 2019. L’intenzione, infatti, è di mettere, sul luogo dello schianto, una targa che ricordi don Emilio e la sua vicinanza alla tragedia.
Era il 15 ottobre del 1987, una sera di nuvole, pioggia e freddo: un Atr 42 Colibrì della compagnia Ati, in volo tra Milano-Linate e Colonia, in Germania, cadde in una zona impervia a circa 750 metri di quota, nei pressi di Barni. A bordo 37 persone: nessuna sopravvisse. La maggior parte di loro era tedesca. Tre erano membri dell’equipaggio: Lamberto Lainè, 43 anni, di Roma, comandante; Pierluigi Lampronti, 29, di Trieste, secondo pilota; Carla Corneliani, 35 anni, di Mantova, assistente di volo.
L’aeromobile era della compagnia Ati ed era denominato “Città di Verona”, la sua sigla era I-ATRH. «Stiamo precipitando» fu l’ultimo urlo del pilota alle 19.29. L’aereo era partito quindici minuti prima, in ritardo di circa un’ora sulla tabella di marcia a causa del maltempo e dell’intenso traffico nei cieli.
Poi, sopra Lecco, lo stallo dovuto alla formazione di ghiaccio sulle ali e la caduta nel Triangolo Lariano: tutto in 50 secondi, come poi è stato accertato dalle registrazioni della scatola nera.
Sono passati trentun’anni ma il ricordo, per chi ha vissuto e seguito quella drammatica vicenda, è rimasto indelebile. Subito scattarono i soccorsi, dopo le immediate segnalazioni dell’incidente. Nebbia e maltempo non aiutarono il primo intervento. Ci volle qualche ora per trovare i resti dell’aeromobile, con tutti i mezzi confluiti sulla strada del Ghisallo.
Una notte vissuta con le sirene dei mezzi che ininterrottamente confluirono nel Triangolo Lariano dal Comasco, dal Lecchese e da Milano, mentre da Onno, sotto la Conca di Crezzo, con un potente faro si cercava di illuminare il punto dell’impatto.
Ma ben presto, dopo avere trovato i resti, ci si rese conto che per le persone a bordo non c’era più nulla da fare.
Al vicino Rifugio Madonnina venne allestita la centrale operativa, mentre alla palestra del centro sportivo di Asso vennero in seguito portate le bare con i resti di equipaggio e passeggeri.
Una vicenda che poi ha avuto una ulteriore coda tragica, la morte del carabiniere 19enne Massimo Berth, vittima di un incidente stradale mentre era nella zona dei soccorsi.
Di fatto, l’incidente dell’Atr 42 è stata una delle più gravi sciagure che hanno colpito il territorio comasco nella sua storia.
Lo scorso anno, per i tre decenni dal disastro, si è svolta una cerimonia sentita e commovente. Al Sacrario che ricorda quell’evento – a pochi metri dal punto dell’impatto – erano in tanti, a partire da alcuni testimoni della tragedia, gli alpini di Barni che all’alba del 16 ottobre ritrovarono i resti dell’aereo e ricordano ancora i vestiti sugli alberi come se fossero bandiere, e, particolare drammatico, i resti umani sparsi ovunque.
C’erano poi piloti, compagni di corso di Pierluigi Lampronti, alcuni parenti delle vittime dell’incidente di Linate del 2001 e i familiari di Alberto Rovelli, 33 anni, di Vimercate, uno dei passeggeri che ha perso la vita a Conca di Crezzo. Tra le persone che hanno seguito la cerimonia anche Maurizio Cheli; l’astronauta italiano ha voluto portare il suo omaggio agli sfortunati protagonisti di una vicenda che all’epoca aveva seguito. Non aveva avuto l’occasione di conoscere nè Lainè nè Lampronti, ma molti piloti, loro amici, gliene avevano parlato.
Marco Ghisalberti, oggi primo ufficiale, ha ricordato la figura del collega Pierluigi Lampronti, scomparso a 30 anni. «Era un ragazzo appassionatissimo – ha detto – Non dimentico la sua motivazione, la voglia che aveva di diventare pilota. Stava coronando il suo sogno. Sono sicuro che oggi sarebbe stato un maestro per i giovani».
In una intervista al nostro giornale, Francesca Lainè, figlia del comandante, ha commemorato il padre. «In questi trent’anni ho incontrato persone che mi hanno sempre lasciato ricordi positivi – ha spiegato – Il mio? Di una persona spiritosa e ironica, sempre sorridente e cordiale».
«Mio padre non era entusiasta dell’Atr 42 – ha aggiunto Francesca – Lui era abituato a pilotare aerei più grandi. Arrivava dal Dc9 30, bireattore con motori posteriori, e non gli piaceva molto quel mezzo più piccolo. Ma nulla di più, non aveva mai accennato a questioni di sicurezza o a particolari problemi».
Mar o

15 ottobre 2018

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Massimo Moscardi

mmoscardi mmoscardi@corrierecomo.it


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