Tragitto casa-ufficio: la rivoluzione elvetica impossibile in Italia

Bandiera Svizzera

Nell’Italia tuttora alle prese con la difficile guerra ai furbetti del cartellino non poteva che far discutere (e suscitare commenti di varia natura) la notizia della possibilità, data ai dipendenti dell’amministrazione federale svizzera, di considerare orario di lavoro il tragitto da casa all’ufficio.

Sono stati moltissimi negli ultimi giorni gli articoli che hanno parlato di «rivoluzione» rossocrociata e di «accordo storico» tra il governo di Berna e i sindacati, anche se la lettura della direttiva «Forme di lavoro mobile nell’amministrazione federale» consiglierebbe maggiore prudenza.

La flessibilità concessa agli impiegati svizzeri, infatti, è subordinata a una serie lunghissima di condizioni. Prima delle quali, la verifica puntuale che «il compito, la durata e le condizioni del viaggio rendano possibile l’adempimento del lavoro durante il tragitto» da casa all’ufficio.

Ciò premesso, sicuramente al di là della frontiera, quantomeno negli uffici pubblici della Confederazione (non in quelli dei Cantoni o dei Comuni) si potrà contabilizzare come orario di lavoro anche l’eventuale tempo trascorso sul treno, in autobus o in metropolitana.

Domanda: sarebbe possibile qualcosa di simile in Italia?

Secondo il sociologo comasco Beppe Livio no. «La Svizzera ha un sistema di trasporto integrato che funziona benissimo e che permette quindi di ragionare sul lavoro “smart” lungo il tragitto da casa verso l’ufficio. Da noi sarebbe impossibile: i treni per Milano sono superaffollati e non sai mai come va a finire con gli orari».

Le infrastrutture del trasporto pubblico, aggiunge Livio, «sono la base che loro hanno e noi no. Inoltre gli svizzeri lavorano molto sulla pianificazione dei tempi, cosa che permette di programmare le attività e di rispettare le scadenze pure nei grandi progetti».

Scettico sulla possibile trasposizione italiana delle nuove regole confederali si dice anche Vincenzo Falanga, segretario della Uil Funzione pubblica di Como. «La nostra classe politica è ancora lontana dall’immaginare proposte di tale portata – afferma Falanga – ma anche la società civile dovrebbe riflettere; sono convinto che se il provvedimento fosse stato applicato come in Svizzera, per i dipendenti pubblici italiani si sarebbe urlato all’ennesimo inaccettabile “privilegio”».

Certo è che una novità del genere farebbe bene anche alle migliaia di comaschi che ogni giorno si spostano dal loro domicilio verso un lavoro fuori provincia.

Due mesi fa, in occasione del salone Young di Lariofiere, la Camera di Commercio ha presentato le cifre (riferite al 2018) del pendolarismo lariano.

I lavoratori dipendenti che ogni giorno escono dai confini provinciali per lavorare sono oltre 75mila. Quelli che si dirigono verso Sud sono 36mila, 19mila dei quali vanno a Milano; 25.700 sono i frontalieri in Ticino. Ci sono poi 5.200 comaschi che lavorano nel Lecchese e 8.200 nel Varesotto. Esiste anche un pendolarismo di ritorno verso il Lario: sono infatti 7.800 i residenti in provincia di Varese che ogni giorno vengono a lavorare nel Comasco, 4.700 i Lecchesi, 7mila dal Milanese e 25mila da altre province.

«La decisione del governo svizzero – ha detto in un’intervista ai media elvetici Sergio Rossi, ordinario di macroeconomia all’Università di Friburgo – è il riconoscimento che sempre più dipendenti pubblici, come d’altronde coloro che sono impiegati nell’economia privata, abitano lontano dal proprio luogo di lavoro. Nella società moderna è impensabile continuare a ignorare che questa distanza non è tanto una libera scelta del lavoratore, ma dipende dalla disponibilità di alloggi che abbiano canoni di affitto compatibili con gli stipendi». Per l’economista svizzero «la norma non dimostra tanto la fiducia da parte dello Stato nei confronti dei propri dipendenti, ma riconosce soprattutto che, per lavorare, quasi tutte le persone devono compiere un lungo tragitto».


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