Travolto e ucciso all’alba del 20 ottobre: chiesto il processo per il presunto “pirata”

bretella via paoli

La Procura di Como ha chiesto il rinvio a giudizio per il 32enne di Cassina Rizzardi, ritenuto responsabile dell’investimento che all’alba del 20 ottobre uccise Gaetano Banfi, in un tratto buio di strada che congiunge via Pasquale Paoli a via Clemente XIII. La difesa, rappresentata dall’avvocato Andrea La Russa, al termine delle indagini preliminari, aveva contestato la ricostruzione che era stata fatta dall’accusa (pm Alessandra Bellù). Una posizione che tuttavia non ha convinto la Procura che al contrario ha chiesto al giudice il rinvio a giudizio. L’udienza è stata fissata a novembre, a poco più di un anno dal terribile fatto di cronaca che sconvolse il quartiere di Rebbio dove Gaetano viveva con la madre.
A dare una svolta alle indagini della squadra Mobile furono le incongruenze e le contraddizioni dell’indagato. Versioni diverse tra quello che il sospettato dichiarò alle volanti nell’imminenza dei fatti, e quanto riferì poi alla Mobile in fase di indagine. Torniamo a quella mattina. Sono le 5.30 quando Gaetano viene investito e ucciso nella bretella (buia e stretta) tra via Paoli e via Clemente XIII. Il 32enne, che fu anche l’uomo che chiamò i soccorsi, agli agenti di polizia disse di aver percorso il tratto incriminato, di avere acceso gli abbaglianti della sua Ford EcoSport e di aver visto il corpo del ragazzo. Le indagini, però, avrebbero smentito queste parole. L’automobilista passò in quel punto non una sola volta ma tre, e soprattutto i soccorsi li chiamò al terzo passaggio, «quindici minuti dopo l’investimento», scrive il pm. Perché?
Tra l’altro, nei giorni successivi, risentito dalla polizia, il 32nne non ricordò mai di essere passato più volte da quel punto, ma solo di aver sbagliato a indicare l’ora della chiamata al 118. La versione, secondo gli inquirenti, cambierà in seguito, ammettendo i tre passaggi solo quando i giornali iniziarono a pubblicare notizie su una macchina che era stata vista transitare più volte dal punto dell’incidente. Altra incongruenza: in un primo momento il sospettato disse di aver visto subito che si trattava di un corpo disteso a terra. Nelle versioni successive, invece, riferì di aver pensato prima a un sacco dell’immondizia, poi a un grosso animale. Ulteriore dato che non torna: il 32enne disse di essere, quella notte, di ritorno dal lavoro. Poi corresse la versione dicendo di essere stato in un pub a Lugano. Il sospetto degli inquirenti è che possa aver temuto, in un primo momento, in un test sull’alcol nel sangue.
Le indagini della Mobile hanno permesso di appurare un altro elemento: Gaetano non girovagava, quella notte. Semplicemente, non aveva portato con sé le chiavi e, per non svegliare la madre che dormiva, aveva deciso di allungare il percorso. Facendosi lasciare dalle amiche in piazza Camerlata, ben distante da via Spartaco. Poi proseguendo in via Paoli, in via Clemente XIII, per arrivare alla rotonda dell’inceneritore e tornare indietro. I familiari di Gaetano (la madre e la nonna) saranno rappresentate dall’avvocato Pierpaolo Livio. «Io e la mia famiglia non nutriamo rancore, né desideriamo vendetta – disse la nonna una volta appreso del sospettato – Ci auguriamo però che ci giungano delle scuse».

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