Tremila frontalieri al lavoro nei Grigioni: opportunità e rischi di un accordo storico

Dibattito Poschiavo

L’accordo siglato poco prima di Natale che ridefinisce sul piano fiscale la posizione di chi lavora nella vicina Svizzera è un vantaggio reale per i frontalieri? L’intesa che ora attende la ratifica dei parlamenti italiano ed elvetico interessa soprattutto i frontalieri in Canton Ticino, 70mila lavoratori, ma non mancano interrogativi nei Grigioni, dove lavorano 3mila frontalieri. A un mese dalla firma, ieri se ne è parlato a lungo e a fondo a Poschiavo in un’iniziativa promossa dal giornale www.ilgrigioneitaliano.ch. Alla tavola rotonda online hanno partecipato Anna Giacometti, ex sindaca del Comune di Bregaglia e dal 2019 deputata del Partito liberale radicale al Consiglio nazionale, il presidente della Giunta di Poschiavo Fulvio Betti (Udc), l’ex senatore valtellinese della Lega Nord Jonny Crosio e il responsabile nazionale della Cgil frontalieri Giuseppe Augurusa. L’obiettivo era analizzare la situazione nelle regioni retiche per comprendere gli scenari futuri sia per le imprese, sia per i frontalieri. In particolare si è cercato di capire come cambierà la tassazione per i frontalieri del futuro e quali potrebbero essere le conseguenze per l’occupazione.
Per Anna Giacometti «l’accordo fiscale del 1974 andava rivisto dato che i frontalieri sono aumentati notevolmente da mezzo secolo a questa parte». E ha fatto l’esempio proprio del comune di Bregaglia che ha 400 lavoratori frontalieri, non poco per una località di poco più di 1.530 abitanti. «Per noi i frontalieri che sono bene integrati – ha detto – sono lavoratori indispensabili nel settore sanitario e in quello alberghiero così come nella ristorazione. E questo vale anche per la Val Poschiavo. I 3mila frontalieri italiani nell’area grigionese garantiscono 7,7 milioni di franchi di entrate fiscali di cui il 40% vengono versati ai comuni di domicilio e quello che rimane in Svizzera viene ripartito tra Comune, Confederazione e cantoni. Ci vorrà ancora un paio d’anni per vedere l’accordo in funzione».
«Sul futuro dell’accordo ne vedremo delle belle – ha rimarcato da parte sua il leghista Crosio, che è architetto con studio a Locarno – I frontalieri sempre stati sempre visti a Roma come limoni da spremere, una categoria privilegiata. L’accordo manifesta anche forti criticità. La più evidente: andiamo di fatto a istituzionalizzare, cioè a riconoscere giuridicamente che due lavoratori che producono lo stesso valore per la stessa azienda hanno due trattamenti estremamente diversi sul piano fiscale, a seconda se siano frontalieri prima o dopo l’accordo del 2020. E questo grida vendetta sul piano giuridico ma anche sul piano etico. Sono pronto a giurare, perché ho già letto il documento, che ad accordo approvato verrà fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Torniamo al Medioevo».
Secondo Augurusa invece l’accordo «non mette in contrapposizione vecchie e giovani generazioni. I nuovi frontalieri entreranno nel mondo del lavoro pagando meno tasse. E va detto che la franchigia innalzata a 10mila franchi grazie all’accordo di Natale era ferma da oltre 15 anni. C’è però una questione di fondo: è il rapporto tra i nostri Paesi. Vogliamo affrontare la cosa mettendoci insieme o immaginare che la frontiera sia un muro? La pandemia e l’accordo di Natale ci dicono chiaramente che non possiamo più pensare che non ci sia un meccanismo di coordinamento tra gli Stati su questi temi del lavoro. La pandemia ci impone di capire che nessuno si salva da solo». Ma per vedere l’accordo operativo dovremo aspettare parecchio: «Si parla ragionevolmente nel 2024 con l’aria che tira in Italia», ha ammesso Augurusa.

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