Treno della paura, in viaggio nel vuoto della notte

Andata e ritorno sul Milano-Chiasso, teatro di sette rapine nelle ultime settimane
Il treno è deserto. Sale una ragazza, le porte sbuffano e il vecchio convoglio riprende la marcia lentamente. Lei non si guarda neppure attorno. Occhi bassi, punta la scaletta e s’avvia, a passo svelto, verso i vagoni di testa. Cerca una carrozza dove ci sia un po’ di gente. Perché restare sola su quel treno, ora, le fa paura. Sette rapine in un mese e mezzo, due settimana scorsa. Le vittime preferite sono ragazze sole, a volte straniere.
Dopo questi episodi, nessuno si sente al sicuro
sulla Milano-Chiasso, nelle ore notturne. Martedì abbiamo viaggiato con i pendolari della notte. Con il controllore, che “armato” di blocchetto e obliteratrice non se la sente – comprensibilmente – di fronteggiare un rapinatore con un coltello. Con la ragazza, che tiene in borsa una bomboletta di spray al peperoncino. Con l’uomo d’affari, che vorrebbe «un poliziotto per ogni treno».
Andata e ritorno, partenza alle 22.38 da Cantù-Cermenate e ritorno alle 00.39 da Milano Centrale. Tre ore fra treni, carrozze, stazioni e binari, sufficienti per capire due cose: la prima, è che il treno di ritorno da Milano è praticamente deserto. Tanti vagoni per pochissimi passeggeri. Il che, ovviamente, incoraggia i delinquenti: per la manciata di passeggeri saliti sul treno, sarebbero bastate quattro, massimo cinque carrozze, invece di lasciare interi vagoni vuoti.
La seconda, è la massiccia presenza di forze dell’ordine. Non sappiamo se le corse notturne della Milano-Chiasso siano state sempre così popolate di poliziotti, ma è lecito pensare che dopo sette rapine in un mese e mezzo la caccia all’uomo sia ormai aperta. A Milano Centrale è salito un vigilante privato, un energumeno che passeggiava tra i vagoni. È sceso a Sesto San Giovanni. Due volte, tra le carrozze, abbiamo poi incontrato una coppia di poliziotti in borghese. E infine, quando siamo tornati a Cantù- Cermenate, una pattuglia dei carabinieri di Cantù stava battendo palmo a palmo la stazione.
SUL TRENO DELLA PAURA
La stazione di Cantù-Cermenate è uno scalo di pendolari. Si riempie la mattina presto, ma alle otto di sera è già vuota. Noi arriviamo attorno alle 22.30, e pare d’essere sul set di un thriller, più che in una tranquilla stazione di provincia. La sala d’aspetto è buia, non si vede anima viva. Se l’altoparlante di Trenord non gracchiasse il binario del treno in arrivo, lo scalo sembrerebbe abbandonato. Impossibile pure fare il biglietto, che tuttavia avevamo già acquistato. Un inciso sull’argomento: né nel viaggio di andata, né in quello di ritorno, i nostri biglietti sono stati controllati. Avremmo potuto fare il viaggio da “portoghesi”, nessuno ci avrebbe sbattuto fuori dal treno.
La corsa delle 22.38 verso Milano è poco frequentata. Incontriamo un avvocato, che nota non solo la sensazione di abbandono all’interno del treno («può difendersi solo chi ha il porto d’armi», ironizza), ma si dice sorpreso dalle condizioni della stazione di Como San Giovanni: «una città a vocazione turistica non merita un simile scempio».
Il treno fa capolinea a Garibaldi. Un paio di fermate in metrò e arriviamo in Centrale, pronti per ritornare con il “treno della paura”. La stazione di Milano, appena restaurata, mostra il suo lato migliore: pulita, controllata, videosorvegliata. Nulla da eccepire. I poliziotti passano almeno un paio di volte in mezz’ora, le biglietterie funzionano senza problemi e in pochi minuti acquistiamo il biglietto di ritorno.
Quando compare il binario, saliamo finalmente sul treno delle 00.39 per Chiasso. Con noi, entrano nel vagone anche due “armadi a muro” in divisa. Non sono poliziotti. Ma vigilantes. E più tardi, durante il viaggio, uno di loro ci spiegherà che passeggiano tra le carrozze proprio per scoraggiare eventuali malintenzionati.
Sul primo vagone fa un freddo bestiale. Ci saranno a dir tanto dieci gradi. Cambiamo carrozza e il clima, improvvisamente, diventa tropicale. I sedili sono in parte rotti, in parte vandalizzati. Ma il problema della Milano- Chiasso, ultimamente, non è il comfort. O, almeno, non è il problema maggiore. Stazione dopo stazione, il treno si svuota e la maggior parte delle carrozze rimane deserta. I pochi passeggeri si siedono negli stessi scompartimenti, si “cercano” a vicenda per evitare di rimanere soli. Incontriamo una ragazza, che ci confessa di portare sempre con sé lo spray al peperoncino: «non si sa mai», dice, mentre stringe sotto braccio la borsa con il liquido urticante.
Nel frattempo, i vigilantes sono scesi. Ma per due volte vediamo due uomini che passeggiano a grandi falcate: guardano ogni viso sospetto, aprono le porte dei bagni per controllare che non si nasconda qualcuno. Scopriamo più avanti che sono due agenti in borghese, incaricati di battere palmo a palmo la Milano-Chiasso nel tentativo, probabilmente, di catturare il rapinatore dei treni.
Un semplice, banale episodio fa intuire come il treno da Milano Centrale delle 00.39 sia terra di nessuno: in uno scompartimento un ragazzo fuma una sigaretta, tranquillo, sapendo che in un convoglio deserto nessuno gli dirà mai nulla. Arriviamo a Cantù-Cermenate attorno alla una e mezza, con quasi dieci minuti di ritardo. Ma il problema, ancora una volta, non è la puntualità o la comodità dei treni. È la sicurezza.
Se i poliziotti erano a bordo del treno, in stazione troviamo invece una pattuglia dei carabinieri di Cantù. Un giro tra i binari, un’occhiata in sala d’aspetto. Poi, un posto di blocco proprio davanti alla stazione. Gli agenti in borghese servono per tentare di catturare il rapinatore del treno, i carabinieri in divisa dovrebbero invece scoraggiare l’uomo – sempre che si tratti di una persona sola – che da un mese e mezzo sta terrorizzando le donne sulla Milano-Chiasso.

Andrea Bambace

Nella foto:
Controlli a cura dei “vigilantes” assoldati per prevenire episodi di criminalità sul convoglio che collega Chiasso a Milano

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