Trentacinque anni di botte in casa. A processo il padre violento

In tribunale a Como
Violenze e vessazioni, contro la moglie e i figli, proseguite dal 1975 fino al giorno dell’arresto, avvenuto a Lipomo il 26 ottobre 2009.
Quasi 35 anni di maltrattamenti senza farsi mancare nulla – coltelli, bastoni, mattoni, cinghie – che hanno finito con il portare in aula di fronte ai giudici del tribunale di Como un 66enne nato in Campania ma residente nel Comasco. Persona – di cui non forniamo ulteriori dettagli a tutela e protezione delle vittime, rappresentate dall’avvocato

Massimo Ambrosetti – chiamata ora a rispondere dei maltrattamenti in famiglia, ma anche di lesioni e della detenzione illecita di un’arma da fuoco, una pistola semiautomatica Beretta. La storia è approdata ieri al piano terra del palazzo di giustizia dove ha testimoniato la figlia – ormai grande – che ha ripercorso gli anni di terrore trascorsi in casa. Secondo l’accusa, infatti, l’uomo avrebbe minacciato «di morte la moglie e i figli anche quando erano in tenera età», «puntando contro di loro un coltello o impugnando altri strumenti quali tubi di ferro o un’ascia». Famiglia che veniva costantemente picchiata con le mani, con i calci, oppure con il primo oggetto che capitava, anche quando la moglie era incinta e pure di fronte ad estranei. Il figlio fu persino costretto a dormire quattro mesi in auto e in un’altra occasione, con la madre e la sorella, pure in garage.
Perché per fare arrabbiare quel padre – secondo i racconti accusatori – bastava poco, come la scelta di un hobby, come un corso per ceramica al posto di uno per imparare a suonare il pianoforte. Ora toccherà al giudice mettere la parola fine sulla triste vicenda.

Mauro Peverelli

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