Trent’anni fa i Mondiali delle “notti magiche”. Erba fu la base della Germania campione

Bus tedesco casiglio

Gli stadi risistemati last minute; l’immagine del mai troppo amato “Ciao” un po’ ovunque; tutti a cantare “Un’estate italiana” con Gianna Nannini ed Edoardo Bennato ; gli occhi “spiritati” di Totò Schillaci; il trionfo della Germania; «Hijos de puta» urlato da Diego Armando Maradona agli italiani che fischiavano l’inno argentino; il pallone-gadget che suonava gli inni di tutte le Nazioni partecipanti.
Era l’estate dei Mondiali di calcio. Quelli del 1990 in Italia. Sembra ieri – almeno per chi c’era – e invece sono passati trent’anni.
Il via di quella kermesse fu dato a Milano allo stadio di San Siro l’8 giugno con la partita tra Argentina e Camerun, vinta per 1-0 dalla squadra africana grazie alla rete di Oman Biyik. Una Argentina che pareva demotivata dopo la vittoria in Messico nel 1986 e che invece riuscì ad arrivare alla finalissima trascinata da Diego Armando Maradona. Un risultato che fece piangere una intera Nazione – l’Italia – con gli azzurri sconfitti dai sudamericani ai rigori nella semifinale giocata a Napoli e poi terzi dopo il successo nella “finalina” di Bari contro l’Inghilterra per 2-1.
Nel gruppo del c.t. Azeglio Vicini anche due ex giocatori del Como. Aldo Serena (qui in prestito dall’Inter nel torneo 1979-1980) e, soprattutto Pietro Vierchowod. Cresciuto nel vivaio lariano, doveva essere uno dei protagonisti di Italia ’90. Invece ebbe poco spazio e fu schierato da titolare solo nel match per il 3° e 4° posto. Vierchowod non ha mai perdonato a Vicini il fatto di non essere stato schierato contro l’Argentina, un incontro in cui sarebbe stato utile per tenere sotto controllo Maradona oppure per chiudere gli spazi dopo il parziale vantaggio di 1-0 per l’Italia, poi raggiunta dalla rete del pari di Claudio Caniggia prima del triste epilogo ai rigori.
La vittoria del torneo andò alla Germania del trio interista Lothar Matthaus, Jurgen Klinsmann e Andreas Brehme con quest’ultimo che nell’epilogo a Roma segnò il rigore decisivo per l’1-0 finale. Un penalty a dire il vero non limpidissimo concesso dall’arbitro messicano Edgardo Codesal che ancora oggi, come ha egli stesso ammesso, viene minacciato per quella sua decisione.
Como e il suo territorio ebbero tutto sommato una loro centralità nel contesto generale dell’evento. Lo stadio Sinigaglia non ospitò partite; già all’epoca era considerato vetusto ed era al centro del dibattito sulla sua collocazione, con la soluzione Lazzago gettonatissima per l’eventuale costruzione di un nuovo impianto. Sono passati tre decenni e gli argomenti all’ordine del giorno sono più o meno gli stessi.
Per i tifosi azzurri non era stata una grande stagione: a un anno dalla retrocessione dalla A in B, nel 1990 era giunto il doppio salto all’indietro con la discesa in C di una squadra che era stata – in teoria – costruita per tentare l’immediato ritorno nella massima serie.
A mitigare la delusione la consapevolezza di poter vivere almeno un grande evento come potevano essere, appunto, gli attesissimi Mondiali di calcio.
Si è detto in precedenza che il Lario e il suo territorio ebbero un ruolo di rilievo. Lo possono affermare i tedeschi, che ancora oggi ricordano il soggiorno della loro Nazionale al Castello di Casiglio, alle porte di Erba. E non lo dimenticano gli erbesi, che vissero quotidianamente la pacifica invasione di giornalisti e tifosi al seguito della squadra di Franz Beckenbauer, che giocava le sue sfide allo stadio di San Siro. La scelta, infatti, fu quella di mantenere Casiglio come base fino a quando la logistica del torneo non avrebbe imposto il trasferimento in altra sede, in pratica fino alla finalissima di Roma.
Una decisione che portò i turisti della Germania, notoriamente legati al Lago di Garda, a conoscere e ad apprezzare quello più austero di Como.
I servizi televisivi di quel periodo – visibili su Youtube – comprendono interviste agli avventori dei bar erbesi, al parroco della zona (con il c.t. Beckenbauer e l’attaccante Rudi Voeller attesi e inseguiti dopo una messa nella chiesa di fronte al Casiglio) e molte immagini dal Lago di Como.
Il ritiro della Germania, era infatti molto “easy”, come hanno rammentato i protagonisti dell’epoca. Ai giocatori dell’Inter, che risiedevano in zona, dopo allenamenti e riunioni tecniche veniva consentito di fare un salto a casa. Le famiglie erano al seguito e per cercare relax venivano organizzate gite sul Lario, ampiamente documentate nei tg e nelle trasmissioni tedesche.
Per far capire quanto sia stato empatico il legame tra Erba e la Germania, ancora oggi non mancano ospiti che a Casiglio chiedono la camera 309, dove soggiornava Franz Beckenbauer. E spesso squadre e personaggi dello sport teutonico sono tornati nella stessa struttura per ragioni scaramantiche.
Nel ricordo di quei giorni anche l’appostamento lungo le strade dei comaschi, che dopo le gare della Germania a San Siro attendevano il passaggio del pullman sul tragitto tra Grandate ed Erba. Un transito annunciato dalla sirene di auto e moto della scorta.
Ma Erba e i suoi alberghi non furono scelti soltanto dai tedeschi. A poca distanza, al Castello di Pomerio, c’era infatti la truppa degli arbitri destinati alle partite del Nord e Centro Italia. Una presenza più discreta, con gli allenamenti che si svolgevano al centro Lambrone di Erba. Tra loro anche il più famoso fischietto tricolore dell’epoca, Luigi Agnolin.
Del Sinigaglia si è già parlato. L’impianto non ospitò partite ma fu utilizzato da una Nazionale, la Cecoslovacchia per gli allenamenti, in vista della gara dei quarti del 1° luglio a San Siro proprio contro la Germania. Gara vinta dai futuri campioni del mondo per 1-0 con gol di Matthaus. Tra gli aneddoti si ricordano uno shopping sfrenato dei giocatori cechi in centro a Como e le proteste del commissario tecnico Josef Venglos per un aereo da turismo definito «molto rumoroso» che aveva sorvolato il Sinigaglia. Lui avanzò il sospetto che si trattasse di una operazione di spionaggio della Germania. Più probabilmente si trattava di un mezzo del confinante Aero Club; una scena abituale per i comaschi, un po’ meno per il diffidente mister cecoslovacco.

Nella foto, il pullman dei tedeschi nel parcheggio del Castello di Casiglio a Erba

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