Tributo a Costantino Rozzi, un grande del calcio. La figlia: «È stato parte di un sogno collettivo»

Costantino Rozzi

È stato un grande presidente di un calcio, quello di qualche decennio fa, che ancora oggi continua ad avere tanti appassionati che amano ricordare quei bei tempi. Costantino Rozzi è stato lo storico presidente dell’Ascoli, un personaggio simbolo nello stesso periodo in cui sia i marchigiani, sia il Como, erano considerate “provinciali terribili”, squadre che non facevano concessioni e che mettevano in difficoltà ogni avversario.
Alla vigilia dell’incontro di sabato tra Como e Ascoli allo stadio Sinigaglia, Antonella Rozzi, figlia di Costantino (nato nel 1929 e scomparso nel 1994) traccia un ricordo del padre e di un periodo della storia del calcio italiano indimenticabile per chi lo ha vissuto in diretta.
«In molti ricordano mio padre – racconta Antonella – e la cosa mi fa grande piacere; ad Ascoli ancora oggi è considerato un riferimento per tutta la città». Rozzi ha avuto il merito di portare la squadra bianconera fino al massimo campionato. Era considerato un personaggio “vulcanico”: si rammentano le sue battaglie contro i grandi club, le scaramanzie che aveva e anche la grande competenza: nel suo club, infatti, non ha mai avuto alle dipendenze un direttore sportivo. Tra i personaggi con cui ha avuto più feeling, mister Carlo Mazzone. Affermato imprenditore nel settore edile, Rozzi con la sua azienda ha tra l’altro costruito gli stadi, oltre che di Ascoli Piceno, di Lecce, Avellino, Campobasso e Benevento.
«E pensare che inizialmente a mio padre il calcio dava quasi fastidio – spiega ancora la figlia Antonella – Prima che diventasse presidente la nostra casa era infatti vicina allo stadio, e lui si lamentava delle auto parcheggiate e dei divieti in occasione delle partite interne. Lui era azionista di minoranza all’epoca, ma tutto cambiò quando diventò presidente».
Nel 1968 accettò di diventare massimo dirigente, spiegando che il suo sarebbe stato limitato nel tempo. Invece Rozzi è stato alla guida dell’Ascoli fino alla scomparsa, il 18 dicembre del 1994. «Il calcio è stato il suo pensiero fino all’ultimo – ammette Antonella – Tutta la nostra famiglia è stata coinvolta in questa avventura. Sua mamma, mia nonna, gli diceva sempre con un sorriso che per vederlo sarebbe andata allo stadio a sgonfiare tutti i palloni».
Di Rozzi sono famosi i riti scaramantici, anche se sarebbe riduttivo far prevalere questo aspetto rispetto a quanto ha fatto come presidente e imprenditore. La figlia ne parla con un sorriso: «Nell’immaginario dei tifosi sono rimaste le calze rosse che indossava mio papà allo stadio. Ma non soltanto: vestito e maglione alla partita erano sempre gli stessi. Il rito della domenica è rimasto inalterato per papà, mamma e noi quattro figli: due ragazzi, amici di famiglia, dovevano essere ospiti a pranzo. Per andare alla partita andava fatto il medesimo tragitto. Non poteva mancare un giro in piazza del Popolo (il “salotto” di Ascoli ndr), che era chiusa al traffico. Ma noi potevamo passare».
«Personalmente non ho ricordi di trasferte a Como – dice ancora Antonella Rozzi – ma so che era una piazza che mio papà apprezzava; la città gli piaceva e tornava anche per ragioni non calcistiche».
Come detto all’inizio, lo storico presidente bianconero è ancora oggi ricordato con affetto e nostalgia, nel suo luogo di origine. «È stato parte di un sogno collettivo, l’uomo che ha fatto conoscere ovunque la nostra città. Ha reso gli ascolani orgogliosi, un condottiero che tuttora è considerato un numero 1, anche se è scomparso da quasi tre decenni. I suoi valori in campo venivano espressi dalla squadra; i giocatori che davano tutto e mettevano fino all’ultima energia. Un discorso che valeva per il Como e le provinciali dell’epoca. Oggi non accade più».
Tra le battaglie fatte, quella contro i grandi club. «C’era stima reciproca con gli altri presidenti – spiega ancora Antonella – ma non amava quei sorrisini che gli venivano rivolti alle assemblee, quando sosteneva le ragioni dei piccoli club, con gli interlocutori che volevano far pesare la loro maggiore forza».
A Costantino Rozzi è stato dedicato il piazzale davanti allo stadio, ma su questo argomento Antonella è perentoria. «Non la ritengo una scelta rispettosa. Un brutto parcheggio per una persona che ha fatto tanto per la squadra e la città. Io dico che gli deve essere dedicato lo stadio e su questo mi batto da tempo; so che la mia posizione non è apprezzata dagli eredi Cino e Lillo Del Duca, a cui è intitolato attualmente. Ma io continuo a pensare che questa sia una giusta battaglia, anche perché un amico di mio padre ancora in vita mi ha recentemente rivelato che papà avrebbe già voluto fare questa variazione».
I tifosi, intanto, stanno preparando un monumento, una statua che presto sarà inaugurata. «E questo passo mi fa indubbiamente piacere – ribadisce la figlia – Ma io ribadisco che il discorso dello stadio va portato avanti soprattutto per le nuove generazioni: mio papà è stato un esempio di impegno, forza di volontà e coraggio. Veniva da una famiglia umile e dopo aver ottenuto il diploma di geometra per ragioni economiche non ha potuto proseguire gli studi. Ma alla fine nella vita ce l’ha fatta ed è rimasto nel cuore di tutti i miei concittadini».
Antonella Rozzi segue l’Ascoli di oggi, ma non va allo stadio. «Per noi rimane il ricordo indelebile legato a papà. Dopo che ci ha lasciato non siamo più riusciti ad andare a vedere le partite, anche se ci teniamo informati. Io partecipo alle iniziative che lo ricordano, ma cerco di mantenere distacco rispetto all’attuale società: lo si fa anche per non mettere in difficoltà i dirigenti, che ancora oggi in ogni loro scelta, per tutte le ragioni che ho spiegato, vengono inevitabilmente messi a confronto con mio padre».

Foto dal sito Internet www.costantinorozzi.it


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