Tributo ad Antonio Spallino, il sindaco di Como che lasciò il segno

Antonio Spallino

Per i comaschi di un tempo è tuttora “il sindaco Spallino”, a tal punto è stato identificato con il ruolo di primo cittadino svolto per quindici anni, dal 1970 al 1985, con dedizione totale. Antonio Spallino è stato però anche molto altro: campione olimpionico di scherma, alpinista, appassionato bibliofilo.
Nato a Como il 1° aprile 1925, i suoi genitori erano Linda Fogliani e Lorenzo Spallino, ministro delle Poste negli anni Sessanta del secolo scorso. L’infanzia di Antonio fu caratterizzata da salute cagionevole. Nel libro autobiografico “Una frase d’armi. Pagine di scherma e di vita”, egli scrive in proposito: «Ricordo soltanto, o quasi, l’interno della camera da letto dove ho trascorso i primi anni. Mi era compagna l’asma. Il dorso sorretto dai guanciali per catturare tutta l’aria concessa dall’affanno; i vapori esalati da non so quale medicinale, verosimilmente per aiutare il respiro…».
I medici che lo curavano consigliarono nuoto e scherma. Così, nel seminterrato di casa fu impiantata una pedana di legno da spadaccino. Il problema che lo affliggeva si protrasse però oltre i cinque anni d’età. Il piccolo Antonio saltò quindi la prima elementare e fu preparato in casa all’esame di ammissione in seconda.
La scherma rimase per lui una compagna di vita, «come una seconda natura», ebbe a dire. Vi si applicò con grande impegno e sviluppò un’abilità tale, insieme frutto di applicazione e di talento, che fu campione italiano assoluto di spada e fioretto, campione del mondo a squadre per tre volte (una nella spada e due nel fioretto) e medaglia d’oro a squadre ancora nel fioretto alle Olimpiadi di Melbourne nel 1956. Sua la stoccata decisiva, inflitta al francese Claude Netter.
Nella stessa edizione dei Giochi conquistò anche la medaglia di bronzo individuale, mentre quattro anni prima, alle Olimpiadi di Helsinki, era stato protagonista dell’argento a squadre conquistato dalla Nazionale italiana. Non partecipò invece ai Giochi di Roma del 1960, per protesta contro l’esonero del commissario tecnico deciso della Giunta esecutiva del Comitato olimpico italiano, a dimostrazione di una personalità determinata e intransigente sui principi.
Di ritorno dai mondiali di scherma al Cairo, il futuro critico cinematografico Morando Morandini, suo compagno di liceo al “Volta”, lo intervistò per il quotidiano “L’Ordine”. Il campione comasco gli disse tra l’altro: «Per un esordiente come me dover affrontare nomi come Pecheux, Bougno, Bouhan era un rischio. Ma me la sono cavata discretamente; ero lucidissimo, e avevo dalla mia la superiorità delle gambe».
La montagna era l’altra grande passione di Spallino che, da alpinista, aprì con la guida Joseph Pinggera due nuove vie sull’Ortles. Lo sport e i valori e le regole che lo caratterizzano furono sempre importanti per il futuro sindaco di Como, che li fece propri anche nella gestione della cosa pubblica. Non se ne allontanò mai e tra il 1988 e il 1996 fu anche presidente internazionale del Panathlon, il Movimento internazionale per la promozione e la diffusione della cultura e dell’etica sportiva.
Nel 1947 si era laureato in Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano e in quello stesso anno divenne avvocato, seguendo le orme del padre.
Sposato con Adelina Aletti, traduttrice di autori portoghesi e brasiliani di romanzi, racconti e poesie, e padre di tre figli, Maria, Lorenzo e Franco, si rammaricava di essere stato poco presente in famiglia per la durata dei suoi mandati amministrativi al Comune di Como: vent’anni in tutto, cinque dal 1965 come assessore all’Urbanistica nella giunta del sindaco Lino Gelpi, e il resto da primo cittadino. Dal 1985 al 1990, invece, fece il semplice consigliere comunale, nonostante il profluvio di preferenze personali ottenuto alle urne. Sebbene fosse risultato il più votato in assoluto, però, il quarto mandato consecutivo di sindaco gli fu precluso in virtù di un accordo spartitorio tra il suo partito, la Democrazia Cristiana, e il Psi. Non giovò a Spallino il fatto che davanti al partito e alla corrente a cui aderiva, la sinistra di Base, antepose sempre l’istituzione, forte del consenso e del prestigio personale.
In ogni caso fu un sindaco che lasciò il segno, per capacità e visione e per il lungo periodo in cui potè applicarsi al ruolo. È sua la pedonalizzazione del centro storico di Como, che egli considerò sempre il cuore della propria attività amministrativa e che realizzò nonostante contestazioni e aspre critiche delle categorie economiche e di una parte dell’opinione pubblica. Impose anche rigorosi vincoli urbanistici per preservare quella stessa parte di città. Acquistò l’immensa area della Ticosa, esistente dal 1871, dopo la chiusura della storica tintostamperia avvenuta nel 1982, per sottrarla agli appetiti di lottizzazioni e farne una casa della cultura, senza peraltro riuscirci. Volle il Monumento alla Resistenza Europea, con pietre provenienti dai campi di sterminio nazisti, inaugurato il 28 maggio 1983 dal presidente della repubblica Sandro Pertini. Acquistò Palazzo Natta, edificio che sorge in città murata, con l’intento di farne un museo d’arte moderna.
A Spallino si devono il Conservatorio di via Cadorna e la Pinacoteca civica di Palazzo Volpi; fu lui a inventare il Centro di cultura scientifica Alessandro Volta, di cui fu anche presidente.
Nella sua attività di sindaco ricorse a docenti ed esperti di chiara fama per conoscere le prospettive del territorio e della popolazione e tentare di agire tenendo conto non soltanto dello stato dell’arte esistente.
In occasione della messa in suo suffragio, celebrata martedì 3 ottobre 2017 dal vescovo Oscar Cantoni nel Duomo di Como, alla presenza di centinaia di persone, il presule ricordò tra l’altro che il monaco ed ex padre costituente Giuseppe Dossetti definiva i veri politici “liturghi di Dio”.
«Essi sono coloro – spiegò poi – che alla luce di una visione realistica della complessità dei problemi nelle circostanze attuali, sanno celebrare una liturgia che consiste nell’onorare i poveri, gli emarginati, lavorando per la giustizia e impegnandosi per la pace, guardando al futuro con speranza. È lo stile d’azione che mi pare di aver intravisto nel nostro avvocato Spallino», concluse.
Un episodio personale può illuminare in proposito. Quando Antonio Spallino era già anziano e fuori dai giochi, a Como si verificò un grave episodio. Una nomade, solita a chiedere l’elemosina ai semafori della città, accusò due vigili di averla caricata in auto, portata fino alla frazione collinare di Civiglio e lì privata delle scarpe e abbandonata in pieno inverno.
Chi scrive ne prese spunto per un duro commento in prima pagina sul “Corriere di Como”. L’indomani mattina, quando il giornale uscì, la prima telefonata fu di Antonio Spallino: «Condivido. Mi dica cosa posso fare». E allo stesso modo agiva, con telefonate e scritti, se non era d’accordo su qualcosa, o peggio se ne sentiva ingiustamente toccato e offeso.
Il corpo dei vigili, poi, oggi ridefinito “polizia locale”, ma un tempo fin dal nome considerato molto vicino alla gente, era ritenuto un biglietto da visita della città. Una volta, Spallino sindaco incrociò in centro un paio di vigili che, in piena estate e provati dal clima afoso, indossavano camicie con le maniche arrotolate ed erano privi dei cappelli d’ordinanza. Giunto nel suo studio legale di via Volta, il primo cittadino chiese subito che fosse chiamato al telefono il comandante. Quando questi fu rintracciato, si dolse con lui della scena in cui si era imbattuto, sancendo che, caldo o freddo, la divisa doveva essere sempre rispettata.
Prima di avere un addetto stampa del Comune, che volle non suo personale, né espressione della sola giunta, nella figura di Angelo Soldani, quando voleva comunicare qualcosa convocava di sua iniziativa i giornalisti locali. Le occasioni potevano essere diverse: il tema della subsidenza, vale a dire il fenomeno dell’abbassamento di piazza Cavour, altri problemi del capoluogo, iniziative culturali, studi relativi alla popolazione o altro. Questo affinché la città intera, attraverso i giornali, ne avesse risonanza e partecipazione.
Talvolta Spallino organizzava incontri pubblici e convegni invitando personalità di primo piano. Da sindaco fu protagonista di un simposio sulla cultura tenuto a Roma, con un intervento di alto profilo in opposizione totale alla visione dell’allora assessore capitolino Renato Nicolini, che con l’invenzione dell’Estate romana privilegiava il cosiddetto “effimero”.
Insieme con il fratello Angelo, medico oculista, Antonio era nella proprietà del settimanale e quotidiano del lunedì “Corriere della Provincia”, fondato nel dopoguerra dal padre Lorenzo.
Quando, dopo quarant’anni, il giornale, la cui maggioranza era passata in altre mani, chiuse i battenti, manifestò la preoccupazione di «mettere la testata in un cassetto» per evitare che qualcuno potesse rilevarla e usarla per finalità lontane da quelle originarie.
Mentre era sindaco di Como fu nominato dalla Regione Lombardia commissario straordinario a Seveso dopo il caso della diossina fuoriuscita dall’Icmesa, a causa dell’esplosione di un reattore avvenuta il 10 luglio 1976. Il periodo era quello tra il 1977 e il 1979, la prima fase dopo la nube tossica, la più difficile. Svolse l’incarico con il consueto scrupolo, ma non potè schivare accuse e polemiche infuocate, fonte per lui di grande amarezza.
A un certo punto, forse anche secondo il vecchio schema del “promoveatur ut amoveatur”, vale a dire per togliere di torno una figura tanto grande quanto ingombrante, il suo partito gli propose la carica di membro laico del Csm, che Spallino respinse.
Per capire fino in fondo come intendesse il ruolo di pubblico amministratore è utile riandare alla lunga lettera che scrisse ad Alberto Botta quando, nel 1994, fu eletto a sua volta sindaco di Como. Eccone uno stralcio: «Voglio solo dirti che nel donarsi all’amministrazione della città non soltanto si dà tutto, quando la si vive come tu la vivrai, ma si riceve anche molto, durante e dopo il mandato. L’esercizio dell’incarico di sindaco è “divorante” (…) Chiedi ai tuoi cari tutta la comprensione possibile per la tua scelta: i costi veri e profondi dell’impegno civico sono quelli familiari (…) Ancora: conoscerai, forse hai già conosciuto, la “solitudine” del sindaco. A mio parere essa è una condizione necessaria».
La disponibilità di Antonio Spallino a fare qualcosa per la comunità comasca si tradusse anche nella sua presidenza dell’Associazione La Stecca, all’interno della quale iniziò a operare nel 1975 quale responsabile della classe di neocinquantenni a cui anch’egli apparteneva. Poi accettò di essere a capo di tutto il sodalizio dal 1990 al 2009, proposto e fortemente voluto dal fondatore Felice Baratelli. E non si risparmiò per promuovere la crescita culturale della Stecca.
Lettore, bibliofilo e collezionista di libri a cui si dedicava con minuziose schedature, possedeva anche prime edizioni a stampa dei grandi della letteratura italiana: «Sono stato educato all’amore per il libro da mio padre e da mia madre», diceva. In un opuscolo a tiratura limitata, regalato agli amici, descrisse minuziosamente questa passione che lo divorava e lo appagava. Amava anche gli autori comaschi, in modo particolare lo scrittore Carlo Linati.
E, a proposito di libri, gli piaceva così tanto l’Ex libris del padre ministro (“Io so di nulla sapere”) che non riuscì mai a scegliere un diverso motto personale per indicare la proprietà dei volumi che possedeva. Due stretti collaboratori in Comune gliene regalarono uno, che recitava per scherzo: “A le mie condizioni quelle poste da me”… Lui disse di non riconoscersi in quello stile, ma chi lavorava con lui sapeva che l’uomo era anche questo. Abitava a Como nella zona di Sant’Agostino, in via Coloniola, ma aveva il suo buen retiro nella casa di famiglia di Montesolaro, a Carimate, nel Canturino, dove morì il 28 settembre 2017. L’abitazione era stata costruita su un terreno acquistato dal padre nel 1937. I funerali furono celebrati proprio a Montesolaro, nella chiesa della Beata Vergine Assunta. Il parroco don Mario Meroli definì Spallino «austero ma con un animo buono». E lì, nella cappella di famiglia di Montesolaro, ora riposa.
Quando compì ottant’anni, la cronista Maria Castelli gli chiese come faceva a dimostrarne solo sessanta. «Amando la vita», fu la sua pronta risposta.
La scrittrice comasca Carla Porta Musa, nel suo “Quaderno rosso. Incontri”, colse un tratto interessante dello stile con cui si poneva all’interlocutore: «Il suo modo di parlare è “sottovoce”, ma s’impone proprio per questi “silenzi”, più eloquenti e più avvincenti di un discorso fatto ad alta voce».
Nel 1995 il Comune di Como gli assegnò la benemerenza civica dell’Abbondino d’Oro. Cessato l’incarico di sindaco, fece vita riservata, nel senso che non si lasciò mai trascinare in polemiche sulla città. Non rinunciò però a dirsi ferito dal cantiere delle paratie e definì «una vergogna» il muro eretto davanti al lago.
Quando morì, molti dissero cose importanti su di lui. Sergio Simone, suo primo successore come sindaco di Como, sottolineò tra l’altro: «Nel 1984 sono stato vicesindaco di Spallino. Ho imparato molte cose perché l’uomo era di una statura superiore a tutti gli altri, aveva una visione della città e l’unico vero programma di una città futura era il suo».
Gianstefano Buzzi, già esponente di punta del Partito comunista, oggi militante del Partito democratico, da ex avversario non ebbe difficoltà a spiegare: «Se Como è una città di cultura, è grazie alle sue idee. Era aperto alle scienze e alla tecnica, senza mai venire meno all’ancoraggio umanistico».
Lo stesso Buzzi ricordò un episodio personale: durante una trattativa politica fu colpito da un malore e Antonio Spallino lo portò in auto al pronto soccorso, restando con lui per tutto il tempo necessario. «Lavorandogli accanto – disse – finivi per percepire la sua bontà d’animo, la sua predisposizione verso il prossimo, effetto di una radice cristiana che non tradì mai».
E, ancora, da ex operaio, come uomo e politico che si è costruito una cultura camminando in salita, Buzzi gli diede atto: «Uno come lui rappresentava uno stimolo a studiare, a migliorare la mia preparazione, ad approfondire».
Un’idea condivisa da Clemente Tajana, ex ingegnere capo del Comune di Como, per 15 anni con Spallino a Palazzo Cernezzi: «Era una meraviglia lavorare lì, con Spallino era come stare all’università».
Ai funerali, il figlio Lorenzo, all’epoca assessore all’Urbanistica del capoluogo nella giunta Lucini, ricordò: «L’insegnamento che papà ci può lasciare è forse questo: siate felici, non serbate rancore per nessuno e vivete con pienezza i giorni che vi sono stati dati. Papà di sicuro lo ha fatto».
E ancora: «Papà non si è mai negato a nessuno, non si è mai negato alla persona più umile. Aveva per tutti un sorriso, sempre. Lo definirei, se posso, un sorriso misericordioso».
Nello studio legale di via Volta 66 a Como, il 21 giugno 2019, lo stesso Lorenzo, anch’egli avvocato, ha inaugurato una mostra di fotografie curata dal fotografo Enzo Pifferi e l’archivio messo a disposizione di giornalisti, storici e ricercatori.
L’archivio è in una stanzetta dello studio, ordinato e diviso cronologicamente in tre grandi armadi a doppia anta, grazie al prezioso lavoro della storica segretaria Adele. Vi sono conservati scritti giovanili, su vecchi quaderni dalla copertina nera, che includono poesie (Antonio Spallino ne era appassionato, amava in particolare il poeta Paul Valéry), cartoline, la rivista anch’essa d’età giovanile, uscita per pochi numeri nel 1946 (“Sentimento – Scritti d’arte e di lettere”) a cui collaborarono tra gli altri lo scultore Francesco Somaini e il critico cinematografico Morando Morandini. Poi ci sono interi faldoni sugli argomenti forti della città. E tutto ciò che è legato a sport, scherma e Panathlon.
In uno spazio, in fondo al corridoio a un’estremità dello studio, invece, c’è l’epistolario con la corrispondenza, diviso in ordine alfabetico. Di ogni lettera, Spallino conservava meticolosamente una copia, la bozza e la relativa risposta.

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