Troppi lamenti nella nostra vita

opinioni e commenti di mario guidotti

di Mario Guidotti

Tra le attività verbali più espresse, più rappresentate in assoluto dalla razza umana, c’è il lamento. Dalla nascita con i primi pianti, all’agonia, appunto lamentosa. Ogni santo giorno, in ogni luogo, in ogni circostanza è un piagnisteo continuo. Persino in vacanza, per il meteo, per i ritardi, per il caldo, per i freddo, che se anche non sono, sì, però è umido. La razza umana si lagna. Vediamo di capire. Innanzitutto va per così dire “tarata” su una distorsione statistica, e cioè se le cose vanno bene nessuno dice niente, salvo rare eccezioni. È raro insomma che si affermi che il sistema funziona, che quello che ci circonda è positivo. Sì, ci sono isolate persone, forse gravate da concentrazioni eccessive di serotonina tra i propri neuroni, che esprimono felicità ed entusiasmo. Ma proprio per questo ai più danno fastidio. La norma, dicevamo, è il lamento. Sui luoghi di lavoro è addirittura la prassi. Si comincia varcando la soglia, si continua con la pausa caffè e taluni veramente incalliti riescono a lagnarsi in continuo anche mentre lavorano. Non è rara l’immagine del soggetto davanti alla tastiera in preda a continui gemiti lacrimosi. Beh, a proposito di tastiera… diciamo che la tecnologia non aiuta. Però va ammesso che ci lamentiamo se il pc ci chiede per l’ottava volta una password con numeri, lettere e simboli particolari, mentre non cogliamo con entusiasmo che lo stesso ci faccia dialogare in un microsecondo con le Fiji. Diciamo che gli aspetti positivi della nostra esistenza vengono dati per scontati, mentre quelli negativi vanno immediatamente rimarcati. In ambiente sanitario poi è uno stra-classico. Ci si lamenta per i ritardi (ovviamente dei medici), delle liste d’attesa lunghissime (chiaramente per colpa dei dottori che ne fanno poche in convenzione, non degli utenti che ne chiedono in eccesso magari spinti da Dottor Google o Professor Yahoo), degli errori veri o presunti, delle auto-diagnosi non confermate, e via lagnandosi. Il fenomeno è poi proporzionale all’età. Dove sono finiti i vecchietti (si può scrivere ancora così o è politicamente scorretto?) rassicuranti e consolatori delle storie che ci raccontavano da bambini? Ora è tutto un anziano, anzi diversamente giovane (così va meglio?) che si lamenta. Dei giovani, del governo, della Sanità, della propria cattiva salute, della scarsa pensione (che però percepisce da quando aveva 51 anni).

Persino Papa Francesco si è occupato delle cosa. In più di un discorso ha ammonito contro la “Dea lamentela” come forma di inganno, di divisione e anche di rassegnazione, e ha indicato la necessità di  reagire assumendoci le nostre responsabilità per cambiare la cose. Aveva addirittura affisso un cartello in Santa Marta che riportava: “vietato lamentarsi”. Le neuroscienze ci dicono che la lamentazione a volte è liberatoria dell’ansia che ci affligge, mentre i più furbi poi dicono che in realtà vogliono essere costruttivi. Mah, se proprio non abbiamo idee di buoni propositi per l’anno che inizia, buttiamo lì che magari ci impegniamo a lamentarci meno.

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