Tumori, al Sant’Anna 700 nuovi pazienti all’anno

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Giornata contro il cancro
Monica Giordano, primario di Oncologia: «Mammella, colon, polmone e prostata i più frequenti»

«Se non si è capito, io sono un’entusiasta». Nel mezzo della nostra chiacchierata, che prende spunto dalla Giornata Mondiale contro il Cancro fissata per oggi sul calendario, Monica Giordano si ferma e dice proprio così, come a rafforzare le sue risposte. È una delle due pause dell’intervista che segue con la dottoressa comasca primario di Oncologia medica all’ospedale Sant’Anna e responsabile del Dipo (Dipartimento interaziendale provinciale oncologico).
L’altra digressione riguarda

la svolta che avviene nella vita di chi riceve una diagnosi di tumore: «Certo, a quel punto il carpe diem (l’invito a vivere il presente del poeta latino Orazio, ndr) diventa davvero una scuola di vita e non solo il paziente, ma tutta la sua famiglia si adegua alla quotidianità».
Cinquantatrè anni, ex allieva del liceo classico “Alessandro Volta”, laureata in medicina e chirurgia a Pavia e specializzata prima in Ematologia, poi in Oncologia e infine in Medicina interna, Monica Giordano affronta a tutto campo i temi legati a quello che per tutti è il male dei mali.
Com’è maturata in lei la scelta di questa specialità medica?
«Una certa influenza l’ha esercitata su di me il gruppo con il quale lavoravo all’ospedale San Matteo di Pavia. Poi vinsi una borsa di studio dell’Airc (l’Associazione per la ricerca contro il cancro) sul tumore della mammella e feci la mia seconda specializzazione in Oncologia».
L’attività in questo ambito sanitario, come e più di altre che impegnano il medico, coinvolgono inevitabilmente il professionista anche sotto il profilo umano. Come gestisce questo aspetto?
«Per lungo tempo ho pensato che fosse sufficiente la sensibilità umana? Sbagliavo. Bisogna fare i conti con la difficoltà del distacco empatico, necessaria per dare davvero aiuto? In oncologia sono fondamentali i corsi con l’équipe di sostegno psicologico per essere “protetti” alle idee di sofferenza e di morte ed essere utili agli altri».
Quali sono i tumori nei quali si imbatte più di frequente nel reparto che dirige?
«Noi parliamo sempre di quattro “big killer”. I tumori dall’incidenza più frequente colpiscono mammella, colon, polmone e prostata. Se consideriamo il numero di nuovi casi in un anno a Como, 350 di questi riguardano la mammella. Sappiamo che una donna su nove, nell’arco della sua vita, si ammala di questo tumore. Gli americani la chiamano “epidemia”? Como è un po’ sopra la media nazionale».
C’è una specificità territoriale?
«Allo stato non possiamo parlare di incidenza preferenziale di una neoplasia legata al territorio, quanto meno come dato attendibile. Abbiamo finalmente un registro dei tumori. Non soltanto il nostro territorio, ma tutta la Lombardia è mappata e quello della nostra regione diventerà il registro più popolato d’Europa. Questo è molto importante, anche se sarà apprezzabile dopo anni».
È possibile, sulla base dell’esperienza, dare un ordine di grandezza della percentuale di guarigioni a distanza di un tempo significativo, cinque anni per esempio?
«Direi il 60%, sei su dieci. Naturalmente questo dato va preso con le pinze. Per la mammella possiamo parlare del 90%; per il polmone del 10%… Questo perché la differenza dell’organo è decisiva nella fase della prevenzione. Nel primo caso una mammografia può intercettare un tumore in una fase iniziale. Per il polmone non c’è un esame che permetta un’intercettazione simile».
A che punto è la ricerca nel campo dei tumori?
«Io faccio questo mestiere ormai da venticinque anni e negli ultimi dieci ho constatato progressi eccezionali nella ricerca e nelle applicazioni cliniche. Sono stati messi a punto farmaci che vanno a colpire, selettivamente, una determinata cellula. Oggi è possibile ottenere guarigioni stupefacenti. È lanciata anche la sfida di cronicizzare, se non di guarire, chi è affetto da una malattia in uno stadio non iniziale. In pratica, “congelare” la malattia oncologica, proprio come avviene per i diabetici e per gli ipertesi. Purtroppo nel nostro Paese gli investimenti per la ricerca di base sono contenuti. Io ho un passato modesto da ricercatrice: è una vita durissima, fatta di passione e di delusioni. Un farmaco ha alle spalle anni di tentativi, di cervelli, di pazienza? La scoperta del Codice genetico, da Dulbecco in poi, ha aperto la strada. Il mondo adesso va più veloce, dal banco del laboratorio al letto del malato».
Qual è l’atteggiamento che più aiuta il malato ad affrontare nel modo migliore la situazione e il percorso che gli si prospetta?
«Parliamoci chiaro: la diagnosi di cancro è come l’undici settembre. Produce reazioni che la rendono malattia anche della famiglia e della società. Non si può prescindere dallo stadio della malattia e dalla possibilità di una guarigione o di una cronicizzazione che garantisca il meglio della qualità della vita possibile. Il malato oncologico ha bisogno di coccole, attenzioni, fiducia. È un percorso. Il medico non può più imporre la sua volontà, prima di tutto ha davanti una persona. Certo, c’è un problema: prima i malati si affidavano al medico; adesso siamo tutti più consapevoli, ma andiamo su Internet e non abbiamo gli strumenti per filtrare».
Può indicare una sorta di decalogo per la prevenzione attraverso gli stili di vita?
«Potremmo abbattere quasi di un terzo il cancro con la prevenzione primaria. Parlo dell’alimentazione, dieta mediterranea: 60% di carboidrati, 25% di proteine, 25% di lipidi. Poi, frutta e verdura e poche proteine animali e insaccati. Abolizione del fumo e non solo per prevenire i tumori dei polmoni. Attenzione alla sedentarietà: facciamo le scale e non usiamo l’ascensore. Parcheggiamo un po’ più lontano e percorriamo settecento metri a piedi. Attenzione all’alcol. In più, diagnosi precoce: mammografia, pap-test, colonscopia dopo i cinquant’anni. Tutto questo è un investimento su noi stessi».
Quanti ricoveri avete, mediamente, in un anno?
«Abbiamo 700 nuovi pazienti all’anno. Gli ambiti, numericamente, in ordine decrescente riguardano mammella, colon, prostata, polmone. I ricoveri sono 400 all’anno, a fronte di 15-22 letti per intensità di cure. Io credo in un’oncologia a porte aperte, con ospedalizzazione limitata. Qui abbiamo la libreria, il parrucchiere, organizziamo concerti. Se riesco farò anche corsi di pilates. C’è la musica in tutte le stanze. Ed è straordinaria l’attività dei volontari. Sono decisivi per vivere l’ospedale in modo inusuale: il caffè, la gentilezza, la carineria sembrano banalità, ma solo al mondo dei sani».

Marco Guggiari

Nella foto:
Il logo della Giornata mondiale per la lotta contro il cancro che si tiene ogni anno il 4 febbraio. L’obiettivo è sfatare i falsi miti

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