Tutti gli errori di un delitto

Omicidio dell’armeria – Le motivazioni della sentenza in controluce
Nei documenti anche una relazione extraconiugale di Arrighi
natomia di un omicidio imperfetto. Sin dal primo momento, il delitto dell’armeria di via Garibaldi è sembrato anomalo, atipico, inconsueto. Eccessivo in ogni sua parte. Per la ferocia con cui l’assassino ha infierito sul corpo della vittima. Per la dinamica – una vera e propria esecuzione. E per il contesto in cui è maturato: un pezzo della “Como bene”, la città borghese, riconosciuta come tale.
Il delitto di via Garibaldi è stato un gesto inconsulto e improvviso – hanno sempre sostenuto

gli avvocati difensori dell’omicida, l’armaiolo Alberto Arrighi. Il delitto di via Garibaldi è stato un’azione «gestita con estrema freddezza e coerenza», ha stabilito invece il giudice che ha condannato Arrighi a 30 anni di carcere per l’assassinio di Giacomo Brambilla. L’omicidio di via Garibaldi, si scopre adesso leggendo le oltre 100 pagine delle motivazioni della sentenza del gip Maria Luisa Lo Gatto, è stato anche e soprattutto un delitto imperfetto. Errori e orrori. L’opera maldestra di un delinquente dilettante, un uomo che ha ucciso sperando in cuor suo di farla franca. Ma che ha lasciato dietro di sé un numero impressionante e determinante di prove a carico.
La videocamera di sorveglianza
Partiamo dalle immagini della videocamera di sorveglianza interna ai locali dell’armeria. Si è pensato e detto a lungo che Arrighi volesse sfruttare quei fotogrammi per avvalorare la tesi del delitto d’impeto, del raptus improvviso. Nulla di più falso. Stando almeno alle conclusioni del gip, l’armaiolo in realtà «non è riuscito a cancellare» la registrazione «regalando – è questo il verbo usato dal magistrato – in tal modo agli inquirenti la prova inequivocabile della sua responsabilità». Un errore madornale. Arrighi, scrive il gip, «non pensava certo a un intervento tanto tempestivo delle forze dell’ordine e si era fatto forte del fatto che quel sistema di videosorveglianza era programmato per memorizzare le immagini per sole 82 ore prima della sovrascrittura». La «comprensibile concitazione che è seguita all’omicidio» gli ha impedito di mantenere piena lucidità» facendogli semplicemente «dimenticare di cancellare» il video.
La pistola nuova di zecca
Secondo sbaglio: l’uso di una calibro 22 nuova di zecca. Il giorno del delitto, un lunedì, l’armeria era chiusa. Arrighi si era però «premurato di prelevare una delle pistole esposte in vetrina per la vendita» e di prepararla. Ancora una volta sono le immagini della telecamera di videosorveglianza a mostrare i fatti senza possibilità di dubbio alcuno. Scrive il magistrato: «Già poco dopo le 9.30 di mattina Arrighi aveva prelevato da una delle vetrine del negozio l’arma che avrebbe poi utilizzato per l’omicidio, l’aveva portata per qualche minuto in laboratorio, poi era uscito in corridoio, aveva cercato di nasconderla in un cassetto di un mobile (un luogo del tutto inusuale in cui conservare le armi) e infine, dopo qualche indecisione, aveva deciso di lasciarla nel suo ufficio». «La scelta di quell’arma», visto e considerato che Arrighi è un esperto del settore, «non può essere ritenuta casuale: si tratta di una calibro 22 che nasce per finalità di tiro a segno e ha una capacità lesiva, ma, soprattutto, una emissione sonora di gran lunga inferiore ad una pistola calibro 40», simile a quella che Brambilla si porta appresso e che verrà poi «utilizzata per il colpo di grazia». Arrighi carica la pistola con due soli colpi, «quelli ritenuti necessari e sufficienti per uccidere». La circostanza «che l’arma fosse stata caricata con due colpi – insiste il gip – ha senso soltanto nell’ottica» dell’omicidio intenzionale. «Se davvero l’operazione di messa a punto dell’arma doveva servire per il corso serale di tiro a segno, la pistola avrebbe dovuto essere caricata interamente». E non sarebbe comunque stata un’arma nuova, ma usata. Inoltre, si legge ancora nella sentenza, «è vietato per legge detenere armi cariche all’interno di un’armeria autorizzata e questo Arrighi lo sapeva bene. Né lui, né i suoi dipendenti avevano mai, in passato, avuto motivo di violare la legge».
Non è vero, quindi, «che la calibro 22 sia stata prelevata dal tavolo in un momento di raptus». È vero invece «che quell’arma, al momento dell’omicidio sia stata estratta da Arrighi che la indossava nel retro della cintura dei pantaloni e, poi, senza soluzione di continuità, sia stata immediatamente utilizzata per sparare alla vittima quando questa era voltata di spalle: le immagini della videoregistrazione del circuito interno non lasciano margini di dubbio sul punto».
L’abuso del telefonino
Terzo errore: l’abuso del telefonino. «I tabulati telefonici rivelano ben 14 contatti» tra Arrighi e Brambilla la mattina del delitto. Dopo l’omicidio, poco prima delle 19, l’armaiolo spedisce dal suo cellulare un sms a Brambilla «per simulare di essere estraneo e all’oscuro dell’accaduto: “Ciao Giacomo. Inventari quasi finito. Buona serata. Alberto”». È del tutto ovvio e risaputo come di fronte a un omicidio o alla scomparsa di un uomo, la prima operazione messa in atto dalle forze dell’ordine sia la lettura dei tabulati telefonici. Le 14 telefonate in poche ore avrebbero fatto ricadere comunque i sospetti su Alberto Arrighi, così come il testo isolato e inusuale di un messaggino.
I sacchi della spazzatura
Quarto errore: l’uso di alcuni sacchi neri della spazzatura per coprire il cadavere.
In questo caso, la sentenza assume i toni di un romanzo giallo.
«Alle 14.39 e 24 secondi, le immagini mostrano Arrighi che estrae una pistola dal retro dei pantaloni e spara due colpi alla nuca della sua vittima predestinata, che in quel preciso momento lo stava precedendo dandogli le spalle, segno evidente che Brambilla sino a quel momento non aveva avuto il minimo sentore di quello che sarebbe avvenuto di lì a pochi istanti. Meno di un minuto di orologio e le immagini consentono di vedere che Arrighi ha già nella sua disponibilità un telo di cellophane nero, che preleva da un punto molto vicino a quello in cui giace la vittima, un telo preconfezionato con dello scotch servito per unire tra loro più sacchi, un telo che di lì a poco Arrighi utilizzerà per avvolgere il corpo della vittima. Dopo alcuni minuti – sono le 14.43 – la nuova aggressione: Arrighi si rende conto che Brambilla non è ancora morto e decide di finirlo sparandogli in pieno volto ed utilizzando la pistola che la vittima» aveva addosso.
La grande quantità di denaro
Quinto errore: la scia interminabile di soldi. Subito dopo l’omicidio, scrive il gip, Arrighi si è «premurato di svuotare la cassaforte dell’armeria dove deteneva le somme di denaro e i titoli di credito di proprietà di Brambilla» e ha tentato di «metterli al sicuro, conservandoli in parte in una valigetta rimasta in negozio, in parte nella sua abitazione, in parte nella pizzeria del suocero», Emanuele La Rosa. Denaro di cui nessuno ha saputo in seguito spiegare la provenienza.
Un castello fragilissimo, quello messo in piedi da Alberto Arrighi subito dopo il delitto per tentare una giustificazione plausibile.
Una costruzione incerta e contraddittoria, che trova nella sentenza un ulteriore elemento di debolezza. L’armaiolo ha sempre affermato di aver agito per difendere la propria famiglia e perché «stressato» da un momento particolarmente difficile della vita coniugale.
Ma il gip descrive, seppure in un passaggio breve delle motivazioni, la presenza nella vita di Alberto Arrighi di un’altra donna oltre alla moglie, Daniela La Rosa. Dai «tabulati telefonici relativi ai cellulari» in uso all’omicida e dagli sms «acquisiti in atti» emerge infatti «una serie di sms ricevuti a partire dalle 9.16 (del giorno stesso del delitto, il 1° febbraio 2010, ndr) e sino alle ore 13.59, pochi minuti prima dell’omicidio, da una donna con cui Arrighi intratteneva una relazione extraconiugale e alla quale aveva confidato le sue recenti difficoltà finanziarie». Il nome di questa donna resta un mistero.

Nella foto:
Alberto Arrighi (a sinistra) ritratto dalla telecamera nell’armeria di via Garibaldi dove ha ucciso Giacomo Brambilla

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