TUTTI I BUONI MOTIVI CONTRO IL “QUIZZONE”

di RENZO ROMANO

Esame di maturità
Sono assolutamente contrario al cosiddetto “quizzone”, alias “terza prova” scritta degli esami di maturità. Non già per per ingraziarmi gli studenti, ma solo ed esclusivamente per motivi didattici.
Come tutti sanno, tale prova consiste in una serie di domande che coinvolgono quattro o cinque materie alle quali i candidati devono rispondere in un determinato numero di righe. E qui emerge la prima assurdità: in venti righe si possono scrivere un tema o un solo pensiero a seconda della

dimensione della scrittura. Questo gli studenti lo sanno e bene fanno a manipolare ad arte le propria scrittura secondo quanto hanno da scrivere.
Una seconda obiezione tocca i contenuti disciplinari della prova. Che senso ha proporre domande “secche”, una per materia, senza possibilità per lo studente di discuterle con il docente? Anche il primo della classe può incappare in una domanda ostica e, in questo caso, addio votazione massima. Negare il “cento” o magari la lode per una risposta scorretta o incompleta è ingiusto, oltre che contrario allo spirito degli esami che “dovrebbero” valutare la maturità complessiva dei candidati. Quel “colloquio”, così si chiama l’orale, nella terza prova non esiste. Esiste invece, sia pure in modo implicito, nella prime due prove, perché il candidato ha la possibilità di scelta fra i temi proposti.
Che senso logico ha il “quizzone” se altro non è che un doppione, mal pensato e peggio realizzato, del colloquio? Il dubbio sulla sua utilità deve avere almeno sfiorato i piani alti del ministero, visto che si ipotizza di farla diventare prova uguale per tutti. Mi sembra proposta davvero bizzarra perché in assoluto contrasto con la ventilata “autonomia” didattica dei singoli istituti.
Forse al ministero non ricordano che in omaggio a tale “autonomia” ogni consiglio di classe è obbligato a compilare il cosiddetto “Documento del 15 maggio” nel quale si specificano puntualmente il programma e i tipi di prove svolti durante l’anno. E neppure sanno al Palazzo che a tale documento la commissione d’esame si deve ispirare per preparare il “quizzone”.
Poiché avviene normalmente che il programma svolto dalle diverse classi non sia affatto uniforme per i più disparati motivi che vanno dal livello degli studenti alla preparazione dei docenti o ai giorni di lezione persi, non è neppure pensabile di poter assegnare la stessa prova a tutte le classi.
Queste banali considerazioni portano ad alcune conclusioni. La prima è che il “quizzone” così com’è non va bene. La seconda è che, trasformato in prova formulata dal ministero uguale per tutti, oltre che d’improbabile possibilità di compilazione, sconfesserebbe il principio dell’autonomia scolastica.
L’unica seria soluzione è eliminarlo, magari ripensando a modalità diverse per il colloquio. Attualmente esso dura circa quarantacinque minuti. Di questi, quindici sono riservati all’esposizione della tesina, dieci alla discussione degli scritti, il tempo rimanente è da suddividere tra otto o nove materie d’esame. Tre minuti per disciplina sono offesa al buon senso e alla serietà. Perché non pensare a un colloquio magari diviso in due giorni diversi, uno per le materie scientifiche e l’altro per le umanistiche? Se ne avvantaggerebbero docenti e studenti, e anche la credibilità dell’esame. Non sarebbe una novità. Così si svolgeva l’orale della maturità prima del ’68. Recuperare il passato qualche volta non è peccato.

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