Tutti i colori del Lario

 

altUrbanistica – L’architetto canturino Tiziano Casartelli: un piano cromatico per gli edifici e le superfici non sarebbe una restrizione alle libertà individuali

Un annoso dibattito divide gli urbanisti a Como. La città murata che conosciamo, rivestite le vie con il classico porfido rosso, sarebbe frutto di un innesto. Un ibrido incoerente, secondo alcuni. Infatti il vero colore della pietra lacustre della città sarebbe il grigio, di cui si possono vedere esempi nei lastroni di pietra più antichi. Altri, però, hanno preferito mantenere e sviluppare un indirizzo che, dagli anni Venti del secolo scorso, in città è diventato realtà cromatica diffusa

con la pedonalizzazione del centro storico e la conseguente sistemazione del selciato nell’aspetto che tuttora pare definitivo.
Partendo da questa diatriba ci siamo chiesti: ma di che colore è, urbanisticamente parlando, una città? Banalmente, basta uno sguardo: di tutti i colori. Ma non è sempre stato così. «La vera invadenza del colore sulla scena urbana si è riscontrata negli anni del dopoguerra con la disponibilità di una vasta gamma di tinte industriali il cui uso incontrollato, sovente lontano da qualsiasi sensibilità cromatica, avrebbe portato a un’immagine stridente dei centri storici». Parola di Tiziano Casartelli, architetto canturino studioso di urbanistica del territorio. Sottolinea che «non si può parlare di un’unica tavolozza per il Comasco. Distinguerei tra l’area collinare e quella propriamente lacuale, insomma tra la Brianza e il Lario. E tra le aree propriamente rurali, estranee al fenomeno delle grandi ville signorili, e le zone soggette alla presenza di tali grandi complessi».
Ma si può ipotizzare un “piano del colore” univoco se non per un intero territorio almeno per una singola realtà urbana?
«L’equivoco che si tende a commettere è quello di considerare un piano cromatico per gli edifici e le superfici come una restrizione alle libertà individuali di espressione. Eppure occorre rilevare che di fronte al ridursi della sensibilità per il colore l’azione di filtro che una commissione ufficiale potrebbe svolgere sarebbe fondamentale: purché, naturalmente, la commissione sia effettivamente qualificata».
Pensiamo allora, per allargare lo sguardo, oltre al capoluogo comasco, alle realtà brianzole.
«Nel Novecento i colori dei centri storici briantei a cui oggi facciamo riferimento hanno origini ottocentesche: difficilmente a età precedenti. Le fonti reperibili presso i vari archivi non forniscono sufficienti indicazioni sulle cromie urbane di natura più antica, le quali erano peraltro limitate alle residenze signorili. Gli stessi colori che consideriamo originali sono spesso tarde ridipinture, sovrapposte con il medesimo tono, e intensità, alla stesura originaria: difatti, senza una ragione profonda difficilmente si variava la situazione esistente. Valga come esempio la canonica di San Paolo a Cantù, sulla cui facciata è ancora possibile individuare la sovrapposizione di diversi strati dello stesso giallo».
E i centri della collina briantea?
«Erano costruiti coi modesti materiali allora disponibili, e rivestiti da un intonaco a base di calce che, con il modificarsi per opera del tempo, assumeva una dominante cromatica sui toni dell’avorio. Anche l’effetto tonale degli edifici di culto derivava, nella maggior parte dei casi, dalla natura dei materiali con cui erano realizzati».
Ma i borghi storici sono anche color mattone…
«Sì, a causa della progressiva diffusione delle fornaci. Il mattone, quando non era nascosto dall’intonaco, cominciò timidamente a caratterizzare proprio i borghi storici. Si consideri il campanile della basilica di San Paolo a Cantù, sopraelevato nel secondo Cinquecento. Questa sorta di limitazione cromatica, che almeno per gli edifici di culto trovava ispirazione nei decreti stabiliti dalla Controriforma e divulgati dalle Instructiones di Carlo Borromeo, si attenuò solo dalla fine del XVIII secolo con la costruzione delle nuove residenze signorili e l’ampliamento di quelle esistenti. Le rare immagini del centro canturino del XVIII secolo rivelano ancora un esteso effetto monocromatico, interrotto solo qua e là dal rosso del laterizio».

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